venerdì 18 maggio 2018

Dialogo tra un passante e un politico

Questo dialogo in poesia (dialettale) di Livio Merler (foto) mette a confronto un politico, meravigliato che nessuno più si fermi ad ascoltare i suoi comizi, e un passante che gli rimprovera di non aver mai lavorato in vita sua e di essere perciò un pidocchio che meriterebbe d'esser spazzato via col DDT. Lo pubblichiamo perché richiama, nell'idea e nello svolgimento, l'atto unico scritto e messo in scena da Maila Nosiglia. Con la differenza che questi versi si limitano a indicare il problema senza avanzare soluzioni. Quella che proponiamo noi, lo sapete, è il passaggio a una reale democrazia, come è ben spiegato anche nella pièce teatrale di Nosiglia.

Profesión politico – Discorso tra ‘n passante e én politico
Én dì ‘n politico per far én só discorso
l’ empianta ‘na tribuna lì su ‘l córso,
ma quando che l’à scomenzià a parlàr
nó gh’èra lì nessùn per ascoltàr.
Alóra sconsolà ‘l s’à domandà:
ma come mai nessùn chì ‘l s’à fermà,
sicóme stò parlando dé laóro
i dovrìa córer come dés fòr òro.
Alóra l’à fermà un che passava
per domandàrghe sé ‘l savéa perché
dé frónt a n’ argomént cossì atuale
la zènt la sé n’ avéa sbatù le bale.
Però quel che passava l’èra ‘n drito,
lù l’èra ‘n laureato dé ‘l dirito,
e a la séma domanda dé quel zanco
‘ntè ‘l dìr él só parér lù l’è stà franco.
Èl diga caro siór, ma ‘n la só vita
él só laór l’è sempre stà cossìta?
L’à spendù ‘l temp sóltant a farfuliàr,
o qualche vòlta él nà a laoràr?
Èlo mai stà én tè i campi dé formént
endó che sóto ‘l sól la pòra zènt
a gran fadìga la sé guadagna ‘l pan
e per Pasqua e da Nadàl fórsi ‘l salàm ?
Élo mai stà èn fabrica ‘l montàgio
lù che parlar él vòl dé ‘l gran vantagio
che gh’averìa la zènt ad ascoltàr
quel che mé par sia mò gran blateràr ?
Élo mai stà zó ‘n fónt a ‘na miniéra
a pù dé mili metri sóto tèra
éndó la pólver che’ l carbón él mòla
ai minadóri la stófega la góla ?
Adès che ‘l vardo bèn mi mè ricordo:
da quan che mi èro zóven, ch’èro bòcia
l’ò sempre vist én giro a far bisbòcia,
guidàr sól cilindrate d’alto bordo.
Él politico, stizì per tant ardìr,
l’à zercà stupidamént dé replicàr
che per a far politica finìr
nó ‘l serve ésser ‘na a laoràr.
Él laóro l’è ‘n dirito ch’èra stà
fin da l’inizi a ‘l pòpol riservà;
a ‘l politico per èsser d’alto rango
i cali su le man l’èra sól fango.
A stó sentìr él passante ‘l s’à ‘ncazà
e ancór n’atìm cól stólto ‘l s’à fermà
dé dàrghe ‘n bèl codògn su ‘l nas a ‘l centro:
a stènto l’à tegnù la rabia déntro.
Fisàndo ‘l drito drit ‘nté i só òci,
caro siòr, l’a continuà, mi dir vorìa
che ‘l diditì cón vói él servirìa:
dé’l mondo e dé la tèra sé i piòci.

(dal blog di Più democrazia in Trentino)




venerdì 4 maggio 2018

Il Fini non giustifica la democrazia


Che il nostro sistema di governo basato su Parlamento, partiti ed elezioni non abbia niente di democratico sono in tanti a dirlo, e già da lungo tempo. Massimo Fini, saggista e giornalista (L'Europeoil Giornol'Indipendenteil Fatto Quotidiano) conduceva un'analisi rigorosa quanto demistificante di quella che continuano a spacciarci per Democrazia già in un suo libro del 2004, "Sudditi - Manifesto contro la Democrazia".




Fin dalla presentazione di copertina l'autore spiega che "la democrazia reale, quella che concretamente viviamo, non corrisponde a nessuno dei presupposti su cui afferma di basarsi. È un regime di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l'individuo, già frustrato e reso anonimo dal micidiale meccanismo produttivo di cui la democrazia è l'involucro legittimante." 
E, all'interno del libro, continua: "La democrazia rappresentativa, liberale, borghese, insomma la democrazia reale come la conosciamo e la viviamo, e che è attualmente egemone, non è la democrazia. È una finzione. Una parodia. Un imbroglio. Una frode. Una truffa. Noi la definiamo in modo brutale (...) un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso."
Ancora:
"Noi paghiamo della gente perché ci comandi."
"La legittimità del potere democratico non è diversa da quella del potere regale, carismatico o tradizionale o di qualsiasi altro tipo. Nel senso che non esiste."
A sostegno della sua affermazione cita Flaubert ("Nessun potere è legittimo, nonostante i loro sempiterni principi. Ma siccome principio significa origine, bisogna riferirsi sempre a una rivoluzione, a un atto violento, a un fatto transitorio. Così il principio del nostro è la sovranità nazionale, intesa nella forma parlamentare... ma in cosa mai la sovranità nazionale sarebbe più sacra del diritto divino? Sono finzioni, l'una e l'altra.") e Stuart Mill ("Il potere stesso è illegittimo, il miglior governo non ha più diritti del peggiore.").
Per vie (e letture) diverse Fini approda alle stesse conclusioni del nostro saggio, almeno per quanto riguarda la natura del sistema liberale sedicente democratico: "Nata sulla spinta di un sano pragmatismo si è trasformata in un'ideologia radicale. Commette gli stessi, tragici, errori del comunismo diventando, come quello, un universalismo che, in quanto tale, non può che farsi totalitario. Ma va anche più in là. Si comporta come una religione." 
Poi cita Bobbio"Oserei dire che l'unica vera opinione è quella di coloro che non votano perché hanno capito, o credono di aver capito che le elezioni sono un rito cui ci si può sottrarre senza danni."
Sui partiti, l'autore argomenta: "I partiti non sono l'essenza della democrazia, ne sono la fine. Come notava Max Weber, fino al 1920 le Costituzioni degli stati democratici non li prendevano nemmeno in considerazione. In realtà nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi, soffocandoli, limitandone gravemente la libertà e tenendoli in condizione di minorità. È un sistema di oligarchie o di poliarchie come preferisce chiamarle, pudicamente, Sartori."
Lo studioso ha anche un blog, dove scrive: "...in democrazia il più forte ha strumenti così sofisticati e subdoli (economici, finanziari, mediatici, lobbies) che è pressoché impossibile combatterlo e non sarà certo l’infilare una scheda in un urna a cambiare le cose. Ci vorrebbe una rivoluzione. Ma la Storia ci insegna anche che nemmeno le rivoluzioni (francese, russa, fascista) cambiano le cose, perché a una classe dominante se ne sostituisce quasi immediatamente un’altra."

Sebbene non arrivi a concepire, come ha fatto David Van Reybrouck e noi con lui, la possibilità di una reale democrazia basata sui principi che regolavano quella ateniese rivista alla luce delle recenti esperienze di democrazia deliberativa, sempre nel suo blog Fini propone comunque una "sua" Costituzione rivista e corretta (che potete leggere qui) prendendo in considerazione, all'art. 3, l'utilizzo del sorteggio:
"Il Premier è scelto con sorteggio fra cittadini in età compresa fra i 30 e i 70 anni in possesso di diploma superiore. Sono ineleggibili i soggetti che siano stati condannati per reati dolosi o che, al momento del sorteggio, siano sotto procedimento per lo stesso tipo di reati. Il Premier resta in carica cinque anni. Il mandato può essere replicato per una sola volta."




Naturalmente, la stessa esistenza di un "Premier" fa rientrare dalla finestra quello che lo studioso ha cercato di buttare fuori dalla porta. E nel "Manifesto" che apre il suo blog in effetti sembra voler fare a meno di qualsiasi figura di "rappresentante del popolo":
NO alla globalizzazione né di uomini né di capitali né delle merci né dei diritti.
NO al capitalismo e al marxismo, due facce della stessa medaglia, l'industrialismo.
NO alla mistica del lavoro, di derivazione tanto capitalista che marxista.
NO alla democrazia rappresentativa.
NO alle oligarchie politiche ed economiche.
SI all'autodeterminazione dei popoli.
SI alle piccole patrie.
SI al ritorno, graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo.
SI alla democrazia diretta in ambiti limitati e controllabili.
SI al diritto dei popoli di filarsi da sè la propria storia, senza pelose supervisioni umanitarie.
SI alla disobbedienza civile globale, se dall'alto non si riconosce più l'intangibilità della sovranità  degli stati, allora è diritto di ciascuno di noi non riconoscersi più in uno stato.
L'ideale di Fini, in realtà, è quello dei Nuer:
Che ci sia un potere sopra le nostre teste lo diamo come irreversibile, ma farebbe inorridire o sbellicare dalle risa un Nuer. I Nuer sono un popolo nilotico che vive, o meglio viveva, nelle paludi e nelle vaste savane dell’odierno Sudan meridionale. Un Nuer non solo non paga nessuno perché lo comandi, ma non tollera ordini da chicchessia. I Nuer infatti non hanno capi e nemmeno rappresentanti. “E’ impossibile vivere fra i Nuer e immaginare dei governanti che li governino. Il Nuer è il prodotto di un’educazione dura ed egalitaria, profondamente democratico e facilmente portato alla violenza. Il suo spirito turbolento trova ogni restrizione irritabile; nessuno riconosce un superiore sopra di sé. La ricchezza non fa differenza…Un uomo che ha molto bestiame viene invidiato, ma non trattato differentemente da chi ne possiede poco. La nascita non fa differenza…Ogni Nuer considera di valere quanto il suo vicino”. Così li descrive l’antropologo inglese Evans-Pritchard che, negli anni Trenta, visse fra loro a lungo e li studiò. Un miracolo? O, quantomeno, un’eccezione? Non proprio. Si tratta infatti di una di quelle “società acefale”, di quelle “anarchie ordinate” nient’affatto rare nel Continente Nero prima della dominazione musulmana con le sue leggi religiose incompatibili con la libertà e, soprattutto, prima che arrivassimo noi con la nostra democrazia teorica, in salsa liberale o marxista, funzionale alla nostra economia, che ha completamente distrutto l’equilibrio su cui si sostenevano le popolazioni africane e l’Africa stessa. Queste società erano riuscite a coniugare libertà e uguaglianza, due poli apparentemente inconciliabili su cui i figli dell’Illuminismo, i liberali e i marxisti, si accapigliano da un paio di secoli facendo elaborazioni raffinatissime ma senza cavare un ragno dal buco. Il fatto è che i Nuer, o tutte le società consimili, pensano, proprio come Locke, uno dei padri della democrazia liberale, che gli uomini nascano, per natura, liberi, indipendenti e uguali. Ma questo nel mondo liberale o marxista non è mai avvenuto e tuttora non è. 

In fondo, per governare qualcosa di un po' più complesso di un villaggio, forse anche ai Nuer non dispiacerebbe il nostro progetto di reale democrazia.

domenica 1 aprile 2018

Non è democrazia

Sono sempre di più le voci che affermano con convinzione: "Questa non è democrazia!"
Carmelo Maria Durante ha usato questa frase come titolo di un suo snello saggio (pubblicato nel 2013) contro l'attuale sistema di potere e a favore di una REALE democrazia basata su sorteggio e temporaneità degli incarichi, che lui chiama "aleocrazia" o "democrazia aleatoria".


Durante smonta impietosamente il meccanismo della presunta democrazia rappresentativa basata su partiti ed elezioni. Comincia già dalla quarta di copertina: "La politica oggi non è l’attività di governo, ma l’arte di stare al governo. Teatro di giochi spesso incomprensibili ai più che però sono chiamati a eleggerne gli attori, con il solo fine di legittimarli."
E prosegue all'interno del libro: "C’è stato un tempo in cui applaudivo al voto, espressione di democrazia. C’è stato un tempo in cui difendevo il voto, considerandolo come ultimo baluardo della democrazia. C’è stato un tempo in cui propagandavo il voto consapevole sicuro che potesse cambiare le cose. In ogni tempo ho creduto al voto. Sbagliavo."


Continua con un paragone che attiene alla storia dell'arte:
"Nel 1928 il pittore surrealista Renè Magritte realizzò “La Trahison des images“, letteralmente “Il tradimento dell’immagine”, con il suo dipinto “Ceci n’est pas une pipe“, che tradotto vuol dire “Questa non è una pipa”, un olio su tela che raffigurava in modo molto realistico una pipa recante nella parte bassa una scritta con il titolo dell’opera. Alle critiche mosse, Magritte rispose: “La posso forse riempire? No, perché è solo una rappresentazione. Se invece avessi scritto ‘Questa è una pipa’ allora sì, avrei mentito”. Lo scopo del pittore belga era quello di spingere a una riflessione sul confine, non sempre chiaro, tra rappresentazione e realtà, giocando con la confusione che esse possono generare." Lo studioso aggiunge poi: "Ma cosa è davvero la democrazia? Ciò che oggi viene universalmente accettato con il nome di democrazia, corrisponde realmente a ciò che la democrazia dovrebbe rappresentare? Per poter rispondere a queste e altre domande, diventa necessario partire dalla comprensione dell’essenza della democrazia e dei suoi principi ispiratori, ripercorrendo ogni nozione di base, anche quelle più elementari e anche a costo di risultare leziosi, stucchevoli o, ancora, troppo accademici. Solo ripercorrendo questa strada apparentemente inutile, infatti, si potrà essere in grado di guardare serenamente e in piena coscienza a cosa è divenuto nella realtà il sogno democratico; e questa volta, a differenza della famosa pipa di Magritte, sarà la realtà che porterà ognuno a riconoscere che questa non è democrazia!”.

Durante dimostra, con riflessioni difficilmente confutabili (diverse da quelle fatte da David Van Reybrouck nel suo "Contro le elezioni" e da noi nel nostro "Democrazia davvero", ma approdanti allo stesso risultato), come alla base dell'attuale malfunzionamento della politica ci sia il sistema di governo basato su partiti ed elezioni, entrambi da eliminare. Il ragionamento del saggista prende in esame il paradosso di Condorcet, la votazione di Borda, il teorema dell'impossibilità di Arrow e la Teoria dei Giochi, giungendo alla convinzione che "la politica oggi non è l’arte di governare la società, ma l’arte di stare al governo." 

Quando si tratta di passare alle proposte per cambiare l'attuale sistema, Durante afferma che "la democrazia aleatoria è effettivamente realizzabile. Si può passare dalla modifica della singola costituzione alla universale accettazione di una forma di governo migliore e più garantista o ancora alla imposizione del modello proposto da parte dei cittadini con metodi assolutamente legittimi, anche laddove non si riesca ad agire strutturalmente."
L'idea dello studioso è quella di affidare il compito di traghettarci al nuovo sistema a "un soggetto politico capace di agire subito in regime di democrazia aleatoria, una volta accertate le caratteristiche necessarie a un soggetto di tale tipo." In parole povere, di fondare un partito che, una volta arrivato al potere, cambi la costituzione in senso realmente democratico. Questa ipotesi era stata presa in considerazione dal nostro Toninelli già più di due lustri fa quando aveva iniziato a riflettere nel suo blog sul problema e sulla possibilità di sostituire il sorteggio alle elezioni, ma successivamente scartata quando l'analisi era andata avanti grazie all'incontro con Maila Nosiglia che aveva portato prima alla realizzazione di un nuovo blog e di un opuscolo in pdf (nel quale, come Durante, proponevamo di attuare il cambiamento mantenendo le attuali istituzioni: Parlamento, Consiglio dei Ministri ecc.) e infine, dopo l'illuminante lettura del succitato saggio di Van Reybrouck, al nostro saggio e a questo blog che auspicano invece una completa ristrutturazione dell'architettura istituzionale come qui esemplificato.



Trovate il saggio di Durante (qui sopra nella foto) sui principali siti librari online o, gratuitamente, sul sito dell'autore. Anche se le sue conclusioni ci sembrano perfettibili, le sue riflessioni sono comunque molto interessanti e utili per dimostrare, anche seguendo un percorso diverso da quello da noi seguito, che "questa non è una democrazia".


venerdì 9 marzo 2018

Egemonia? Sì, ma per la Democrazia

Il sito U!magazine ha pubblicato recentemente un interessante (per quanto tutto interno al sistema rappresentativo elettorale) articolo della studiosa Giuliana Sias.




Così l'ha commentato il nostro Toninelli sulla pagina Facebook del magazine:

Articolo per certi versi interessante, ma da un lato "nostalgico" dei tempi in cui "c'era il Gran Partito", e dall'altro poco consapevole del fatto che le modalità della politica sono profondamente cambiate. Più di sessant'anni fa Simone Weil auspicava la "soppressione dei partiti". Di fatto è stata accontentata: si sono autoestinti per far posto a quella che Bernard Manin chiama "la politica del pubblico" (cito da "Democrazia davvero": la forma attuale caratterizzata dal ruolo centrale dei media nella vita politica, con il marketing e la messinscena televisiva che pesano ormai più di qualsiasi altro elemento. Manin chiama “democrazia del pubblico” o “democrazia d’opinione” quest’ultima modalità, che vede prevalere su ogni altro modello precedente l’influenza di consiglieri in comunicazione, istituti di sondaggio, carisma personale e capacità di “bucare lo schermo”, visto che la politica si fa ormai nei “salotti” televisivi, gli unici capaci di raggiungere e condizionare milioni di spettatori. In un periodo di crescente sfiducia nei partiti, non è raro che con questa nuova modalità a prevalere sia il candidato “dissidente” rispetto a quello vissuto come espressione diretta della burocrazia partitica.). Al posto dei partiti (e, vivaddio, delle "ideologie", vere e proprie religioni laiche, e dunque irrazionali) resta solo una masnada di politici di professione interessati esclusivamente alla propria carriera e al mantenimento della poltrona: vi siete mai chiesti perché le sigle dei partiti cambiano ogni due-tre anni e le facce restano le stesse per decenni? Ci sono ormai ristrette cerchie di appartenenti a quella che Stella (e Grillo) chiamano "Casta" (di cui, con la leaderizzazione di Di Maio, anche i Cinquestelle fanno ormai parte a pieno titolo): un'élite che si autoriproduce, lontanissima dalle vere necessità dei cittadini. Io credo che il problema (non essendo né di sigle né di facce) sia di sistema: quello rappresentativo-parlamentare che è (ormai lo ammette apertamente anche Eugenio Scalfari) tipicamente oligarchico che da due secoli ci spacciano per democratico. La democrazia è un'altra cosa, e vi si può approdare solo creando un pensiero egemone (giusta la vostra riflessione in merito) a favore di una nuova Costituente davvero democratica, rifiutando fin da ora il "gioco truccato" delle elezioni. Consiglio di lettura: "Contro le elezioni" di David Van Reybrouck, Feltrinelli.






venerdì 2 marzo 2018

Andiamo in scena tutti insieme!


Chi ci segue da un po' di tempo sa che per far conoscere la nostra proposta politica, oltre a pubblicare il saggio "Democrazia davvero", abbiamo deciso di declinarla anche sfruttando il linguaggio teatrale. E non poteva occuparsene che la coautrice del libro, Maila Nosiglia.
Diplomata nel 1970 alla scuola di dizione e recitazione del Centro Artistico labronico "Il Grattacielo", ha recitato per diversi anni nell’omonima compagnia stabile. Con altri, ha fondato successivamente la Compagnia Spazioteatro esibendosi al Teatro "La Goldonetta" e debuttando, nel 1978, nella regia. Nei due anni successivi è entrata alla Bottega del Teatro di Firenze fondata e diretta da Vittorio Gassman recitando con lui al "La Pergola", prestigioso teatro del capoluogo. Nel 1981 ha firmato la regia di un testo di Giorgio Fontanelli, “A Livorno, quel gennaio del ‘21”, andata in scena al "Teatro Goldoni" della sua città. Nel 1999 ha fondato l’Associazione culturale Ensemble e, tra il 2005 e il 2006 è stata autrice e conduttrice de “Il dito nell’occhio”, programma di critica di costume in onda sull’emittente locale Radio Fragola. Ha scritto opere teatrali, condotto trasmissioni radiofoniche, vinto competizioni canore, tenuto corsi di dizione e recitazione e prestato la sua voce in numerosi readings.
Dall’ottobre 2013 al dicembre 2015 è stata Coordinatrice responsabile della Università 50 & Più di Livorno, fondandone la Compagnia teatrale e mettendo in scena una riduzione di “Processo a Gesù” di Diego Fabbri.
Nel gennaio 2016 ha dato vita alla compagnia Libereparole con la quale ha allestito con la messinscena di Fabio Vannozzi i due atti de “La buona scuola”, di cui è autrice, e il dramma in un atto "Non gioco più", che porterà sulle tavole del palcoscenico il 14 e 15 aprile prossimi.



Maila ha dunque scritto, per Democrazia Davvero, l'atto unico "Dialogo di un Venditore di Fumo e di una Cittadina", presentato in prima nazionale al "Teatro Parenti" di Milano, poi a Livorno e nei prossimi mesi in altre località italiane. Chi fosse interessato a una rappresentazione nella sua città con relativa presentazione del libro, ci contatti alla nostra email, democraziadavvero@tiscali.it. Nei limiti del possibile cercheremo di accontentare tutti.
In quanto "opera politica", però, il "Dialogo" non è protetto da copyright, e chiunque può metterlo liberamente in scena in qualsiasi momento e contesto. Il testo completo della pièce lo trovate in una nuova pagina di questo blog, "Lo spettacolo teatrale". In fondo alla pagina trovate anche il link per scaricare liberamente il pdf del testo. Chi decidesse di organizzare la messa in scena del "Dialogo" ce lo comunichi, e daremo una mano a pubblicizzarlo su queste colonne e sulla nostra pagina Facebook.

Naturalmente non ci fermeremo qui. Stiamo studiando nuovi progetti per diffondere la nostra proposta politica: video, graphic novels e quant'altro. Continuate a seguirci.


mercoledì 28 febbraio 2018

Qualche difetto di sistema


Ad analizzare i difetti del sistema rappresentativo basato sulle elezioni si è applicato con particolare efficacia Paolo Michelotto, definito dalla giornalista Sonia Fenazzi “il blogger della democrazia diretta”.
Nel suo saggio “Democrazia dei cittadini”  (potete leggerlo e scaricarlo gratuitamente qui: http://www.paolomichelotto.it/blog/wp-content/uploads/2010/01/democrazia-dei-cittadini-A4-del-25-01-10.pdf) così li elenca:

Non rappresentazione
Le persone elette come rappresentanti non rappresentano demograficamente il paese. Sono spesso più ricchi e più educati, c’è una predominanza dei maschi e della razza maggioritaria, del gruppo etnico e della religione più diffusi, rispetto a un campione estratto a caso dei cittadini di quel paese. Spesso ci sono delle professioni che predominano, come quella degli avvocati in Italia o degli impiegati in Danimarca.
Conflitti di interesse
Non sempre gli interessi degli eletti coincidono con quelli dei loro elettori. Ad esempio gli eletti votano le loro retribuzioni. Il loro interesse è che il loro salario sia il più alto possibile, l’interesse dell’elettore è quello che sia il più basso possibile, visto che il salario degli eletti è pagato con le tasse dei cittadini. In Svizzera, uno dei pochi paesi al mondo dove la retribuzione degli eletti è soggetta a referendum popolare, lo stipendio degli eletti è uno dei più bassi d’Europa.
Corruzione
La concentrazione del potere che è caratteristico nel sistema rappresentativo facilita la creazione della corruzione. È più facile corrompere una sola persona, o un gruppetto di persone che decidono su un determinato argomento, piuttosto che tutto il popolo.
Partiti politici e oligarchia
Per partecipare alle elezioni ed essere eletto non bastano solo le qualità umane del candidato, ma bisogna far parte di una struttura organizzata, con conoscenze e soldi, chiamata partito. A volte le idee del candidato coincidono al 100% con quelle del partito, a volte no. Chi fa parte di un partito fa parte di una élite, che si contende il potere in un sistema oligarchico, di pochi.
Clientelismo e nepotismo
Spesso gli eletti nominano in cariche pubbliche persone legate a loro da rapporti di fedeltà, di riconoscenza o di parentela, invece che in base alla loro competenza, con gravi danni all’erario e mancanza di capacità nei punti chiave dell’amministrazione pubblica.
Mancanza di trasparenza
Nel sistema rappresentativo molte decisioni vengono prese tenendo all’oscuro i cittadini, con accordi di partito o di poteri economici.
Mancanza di rendicontazione
Gli eletti sono liberi in base alla Costituzione di agire come preferiscono. Le promesse fatte prima delle elezioni sono spesso disattese e a volte gli eletti agiscono diversamente dai desideri dei loro elettori. Spesso poi alle elezioni ci si basa su slogan che non dicono quasi niente delle intenzioni reali del candidato.


venerdì 23 febbraio 2018

Allora, meglio un concorso


Da sostenitori della Democrazia, di una REALE democrazia, crediamo che il sistema di governo basato sulla rappresentanza sia decisamente dannoso e ingiusto.

Ancora più dannoso ci appare lo strumento scelto per la selezione dei rappresentanti: le elezioni  (oltretutto non inevitabili, come andremo a vedere). Esse hanno infatti portato con sé la nascita dei partiti che, per motivare la necessità della propria esistenza, si sono dati differenti "ideologie", tra l'altro ormai divenute solo apparenza davanti alla sostanza dell'occupazione del potere a fini di carriera personale quando non anche corruttivi. Una affermazione di "alti princìpi" che ha portato per almeno due secoli a dividersi in fazioni e a fare leggi scegliendo non sulla base di motivi razionali, ma basandosi su criteri spesso contraddittori di "appartenenza". A cosa ha portato tutto questo lo vediamo quotidianamente, ed è il motivo per cui un numero sempre maggiore di cittadini e cittadine si astiene dal voto, disgustato da carrierismo, corruzione, ipocrisia e incapacità di una classe politica ingorda e senza ritegno.
La strada maestra, per noi, è dunque quella di lavorare per una nuova Costituente che scriva le regole per poter governare il Paese e i territori in modo davvero democratico.
A chi caparbiamente (pur smentito dai fatti riportati nel nostro saggio) continua a sostenere che non si può affidare il governo di un Paese ai "normali" cittadini, impreparati e ignoranti, ma occorre affidarsi invece a persone competenti e selezionate, quelli che un tempo venivano definiti "i Migliori", chiediamo sommessamente: visto che le elezioni, oltre che costose, non sembrano affatto essere in grado di selezionare i Migliori, ma solo di riciclare all'infinito una classe dirigente cresciuta nelle segreterie dei partiti e ormai sputtanata a tutti i livelli, se dobbiamo scegliere delle persone preparate perché non farlo con un semplice CONCORSO?
Pensateci bene: niente più partiti, niente più divisioni ideologiche ma professionisti della politica scelti sulla base di competenze comprovate e certificate da (più economici) esami d'idoneità.
Rifletteteci. Noi, intanto, continuiamo a lavorare per costruire una reale Democrazia.