lunedì 14 gennaio 2019

Giornalisti che cascano dal pero


Nella rubrica delle "Lettere al direttore", sul Corriere della Sera, il signor Sergio Guadagnolo si interroga sulle "recenti espulsioni di alcuni parlamentari nel M5s", e si chiede se "le forze politiche con il pensiero unico, che al loro interno non permettono il dissenso, possono essere considerate democratiche".
Gli risponde il direttore Luciano Fontana: "Il tema della democrazia interna ai partiti è molto importante soprattutto nella tanto decantata era digitale della politica. Si è detto e scritto molto sulla partecipazione dei cittadini, sull’«uno vale uno», sull’avvento della democrazia diretta ma poi i partiti vengono guidati come caserme. Non si puniscono con l’espulsione solo comportamenti irregolari e illegali ma anche il dissenso e la minima deviazione dalle regole stabilite per tutti dai pochi che comandano davvero."
La natura non addomesticata del caotico (anche se poi pronto come tutti gli altri partiti  a inchinarsi ai diktat di chi davvero comanda in Europa) Movimento Cinque Stelle agita queste anime belle che sembrano scoprire solo ora e solo nei confronti del partito di Grillo quella che è da sempre la natura dei partiti. Di tutti i partiti. L'aveva indagata in modo esaustivo e lucido già più di mezzo secolo fa Simone Weil, come ricordiamo nel nostro "Democrazia davvero":

Weil analizza il comportamento dei membri di un partito, di qualsiasi partito. Se uno di essi si impegnasse in pubblico, ogni volta che deve esaminare un problema relativo al bene comune, a farlo cercando di scegliere per il meglio senza tener conto del proprio partito di appartenenza, verrebbe immediatamente osteggiato dai compagni e accusato di tradimento. Gli verrebbe chiesto perché mai abbia aderito alla loro organizzazione, ammettendo così candidamente che chi entra in un partito politico rinuncia a ricercare il bene pubblico. Quell’incauto verrebbe subito allontanato, “scomunicato”. 
E qui arriviamo alla seconda caratteristica dei partiti politici: la derivazione religiosa. 
“Il meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta contro l’eresia”, afferma la filosofa. “Un convertito che fa il suo ingresso nella chiesa (...) ha visto nel dogma il vero e il bene. Ma varcando la soglia professa allo stesso momento di non essere colpito dagli anathema sit (“sia anatema!”), ovverossia di accettare in blocco tutti gli articoli di stretta fede. Questi articoli non li ha studiati. Persino a chi fosse dotato di un alto grado di intelligenza e cultura, una vita intera non basterebbe a questo studio, dato che implica anche quello delle circostanze storiche di ogni condanna. Come aderire ad affermazioni che non si conoscono? È sufficiente sottomettersi incondizionatamente all’autorità che le ha emanate. (…) Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito.” 


Chi si avvicina a un partito probabilmente ha riscontrato negli ideali da quello propagandati valori e scelte che condivide, ma naturalmente non può conoscere l’esatta posizione del partito in merito a ogni possibile problema della vita pubblica. Dunque, entrando in quell’organizzazione, esattamente come il fedele che aderisce a una chiesa, ne accetta a priori ogni scelta futura. Condividendone generalmente gli ideali (la propaganda), si affida per il resto all’autorità del partito, sottomettendosi a essa. E nel percorso che farà come membro di quel raggruppamento avrà due sole strade: continuare ad accettare le posizioni del partito senza discutere (e magari senza neanche esaminarle), oppure contestarle quando le ritenesse sbagliate. In questo secondo caso cosa può succedere? Che all’interno dell’organizzazione si creino diverse scuole di pensiero, quelle che nel linguaggio della politica vengono chiamate “correnti”. Per un tempo più o meno lungo esse possono convivere, ma prima o poi finiranno per scontrarsi, di solito in occasione di un congresso che vedrà uscire una mozione vincente e una o più mozioni perdenti. I sostenitori di queste ultime possono abbozzare e attendere una possibile rivincita in occasione di un successivo congresso o, esattamente come accade in ambito religioso, scegliere di uscire dal partito creandone un altro che abbia per ideale e programma quello contenuto nella mozione sconfitta. Si tratta né più né meno di uno scisma, o scissione, come visto più volte nella storia del Cristianesimo: l’organizzazione religiosa che ritiene di essere la chiesa autentica allontana, non ritenendoli più in linea con la dottrina ufficiale, alcuni dei suoi membri o viene da essi abbandonata per formare una nuova chiesa basata su una diversa interpretazione delle Scritture. Il fenomeno si è ripetuto più volte nel corso della storia. A causa di eresie e scismi le congregazioni religiose si dividono in diverse confessioni, ognuna delle quali reclama per sé lo status di vera e unica Chiesa. Non diversamente fanno i partiti, ognuno dei quali viene motivatamente ritenuto da Weil “una piccola chiesa profana armata della minaccia della scomunica.”


Si rasserenino, dunque, il signor Guadagnoli e il solerte direttore: il M5S è un partito come tutti gli altri, strumento funzionale al sistema oligarchico che ci governa spacciandosi per democrazia. Aspettarsi perciò di trovare quest'ultima nel funzionamento dei partiti è come sperare di trovare Chanel n. 5 nella cisterna di un camion degli spurghi. E Luciano Fontana, come praticamente tutti i suoi colleghi giornalisti, o non si è mai interrogato seriamente sulla natura di quella che chiama democrazia, o è in malafede.


martedì 8 gennaio 2019

Dove ci siamo andati a Cacciari!


Il professor Massimo Cacciari, filosofo prestato anche alla politica, è preoccupato per le sorti della Democrazia. Se ne lamenta in un articolo su L'Espresso: "...mai si era giunti a un tale livello di nefandezza, mai cosi palesemente si era irriso alle funzioni delle assemblee che si osa ancora chiamare legislative." Tutto perché, da un bel po' di anni, si ricorre alla fiducia per far passare le leggi. Uno studioso un po' più attento si sarebbe anche accorto che i parlamenti (tutti) dei paesi che hanno aderito all'Europa, sono stati di fatto commissariati da una troika di nominati che detta, con la pronta condiscendenza di alcuni singoli governi-maggiordomo o brandendo l'arma dello spread contro chi non si dimostra così solerte all'obbedienza, le regole alle quali i paesi non possono che allinearsi. Ma lasciamo perdere, forse Cacciari non è interessato a quanto avviene oltre i confini.
Davanti a una situazione come l'attuale, "per certi versi drammatica e per altri vergognosa", cosa propone l'eminente analista? Suggerisce di rispondere "con un ridisegno completo della struttura del nostro Stato, ridistribuendo poteri e funzioni tra centro, regioni e enti locali; con un rafforzamento delle assemblee legislative, riducendo drasticamente il numero dei rappresentanti, eliminando il senato, rivedendo i regolamenti cosi da rendere ancora più rapide le procedure, ma limitando a un tempo radicalmente la possibilità di ricorrere alla fiducia; oppure ancora in un senso decisamente e coerentemente presidenzialista."



Caro Cacciari, se ti fossi preso la briga di leggere, non diciamo il nostro saggio, ma almeno "Contro le elezioni" di David Van Reybrouck, forse avresti capito che il problema non è quello dell'efficienza del sistema (in quel caso, la soluzione migliore è da sempre un imperatore, un re o quantomeno un tiranno), ma la natura dello stesso, nel mondo occidentale da un paio di secoli oligarchica. Se ti rendessi conto di questo (e, senza accorgertene, lo fai in un altro articolo, quando scrivi che "la democrazia implica fisiologicamente in sé valori aristocratici") capiresti che non si può ottenere una efficace democrazia perfezionando un sistema che è invece strumento di una voluta oligarchia. Sì, lo sappiamo, tu in questo sistema di potere hai sguazzato a lungo, come intellettuale e pure come amministratore, ed è comprensibile che ti ci trovi a tuo agio e che a darti fastidio sia solo il fatto che non lo facciano funzionare come piacerebbe a te. A noi invece sembra che il sistema basato su partiti, elezioni e parlamento, studiato fin dall'inizio per tenere alla larga qualsiasi esperimento di reale democrazia, stia solo mostrando le proprie contraddizioni insanabili. Sì, hai letto bene: insanabili.
Non avertene a male, perciò, se ci facciamo due risate sulla tua analisi tutta interna all'oligarchia governante e proviamo a guardare fuori da essa, dove una vera alternativa esiste: quella di approdare - per la prima volta nella storia - a un sistema realmente democratico dove cittadine e cittadini possano decidere in prima persona della propria vita. Gli strumenti per farlo ci sono. Per vederli, basta togliersi il paraocchi della oligarchia spacciata per democrazia con cui ci hanno cresciuti. Non è facile, ma con un po' di volontà ci si arriva.




giovedì 3 gennaio 2019

Il gioco della Democrazia


Chiunque analizzi, anche senza andare molto in profondità, il sistema di governo che ci hanno abituato a chiamare democrazia si rende facilmente conto che nella struttura basata su partiti, elezioni e parlamento di democratico non c'è proprio niente. Il presunto "governo del popolo", in realtà risulta fatto in modo da impedire a cittadine e cittadini di decidere alcunché, se non la periodica scelta di sigle e candidati preconfezionati per mandare al governo del Paese poche persone facenti parte di una ristretta cerchia di "professionisti della politica", corruttibili e manovrabili da chi davvero muove i fili della gestione del Paese.
Se (ormai lo ammette candidamente persino Eugenio Scalfari, che di questo sistema è il primo paladino) il nostro sistema è - dalla nascita - una tipica oligarchia, che ci sarebbe di male a chiamarla col suo nome? Il fatto è che "oligarchia" è una brutta parola, e chi si ammanta dei panni di cavaliere senza macchia e senza paura proteggendosi dietro lo scudo della parola "democrazia", perderebbe molto del suo appeal e capacità di convinzione se ammettesse di essere invece il difensore di un "governo dei pochi", il paladino di una "casta" di carrieristi della politica che hanno come unico interesse, appunto, solo la propria carriera.

E allora facciamo un giochino: proviamo a sostituire, nei titoli di alcuni giornali pescati casualmente online, alla parola "democrazia" quella che esprime la reale natura dell'attuale sistema di governo dei paesi occidentali e occidentalizzati, "oligarchia", e - come diceva Jannacci in una sua fortunata canzone - vediamo "l'effetto che fa". Forse, così, sarà più facile cominciare ad accorgersi che qualcuno ci sta prendendo in giro da un paio di secoli.
















giovedì 6 dicembre 2018

Una democrazia al 25%?



Si avvicinano le elezioni europee, e cominciano a fioccare i programmi. Lasciamo perdere il fatto che saranno tutti indistintamente dimenticati mezz'ora dopo la chiusura delle urne e soffermiamoci un attimo su quello del nuovo raggruppamento politico messo insieme dall'ex ministro delle Finanze del governo Tsipras Gianīs Varoufakīs che, forse per primo in Europa, elenca fra i suoi progetti quello di varare una legge per portare in Parlamento un quarto dei membri tramite sorteggio.




Il politico-economista non spiega come in pratica pensa di estrarre a sorte quelle persone "tra l'intero corpo dei cittadini europei" e, se il fatto che questo metodo di scelta dei rappresentanti sia stato messo nero su bianco in un programma elettorale ci rallegra sicuramente, i dubbi sulla faciloneria della proposta così come le perplessità circa la sua utilità sono grandi come montagne. Come già quello di Beppe Grillo di qualche mese fa, il progetto pecca di quelle ingenuità che anche noi abbiamo attraversato all'inizio del nostro percorso verso la proposta di passaggio a una reale democrazia.
Su cosa pensiamo di queste introduzioni "timide" del sorteggio nella vita politica ci siamo già espressi in un precedente post del quale ci limitiamo qui a riportare poche frasi:

Il limite della proposta dello showman è duplice, da una parte perché vuole applicare una metodologia democratica come il sorteggio a un'istituzione oligarchica come il parlamento. (...) Dall'altra, perché propone di fare, per il momento, solo un "primo passo", limitando al Senato i selezionati per sorteggio. Abbiamo affrontato l'argomento sul nostro saggio, presentando la proposta di Democrazia Davvero:
Conosciamo i nostri polli, e abbiamo già visto troppi tentativi ed esperienze di democratizzazione essere accettati, assorbiti, digeriti, snaturati e poi espulsi dagli squali della “politica professionale”. Per le oligarchie al potere le cose vanno bene così come sono, e i cambiamenti sono per loro accettabili solo se assicurano più potere, non certo se rischiano di ridurlo o addirittura eliminarlo. Ogni “passo a metà” che i professionisti della politica dovessero accettare, sarebbe immediatamente seguìto da una serie di azioni tese a minimizzare e squalificare l’esperimento, per poter dire: “Vedete, non funziona, è inutile, è controproducente... servono i migliori per governare un paese. I cittadini comuni non sono capaci di farlo” (...) e quand’anche apportasse qualche minimo miglioramento al funzionamento del sistema, darebbe solo modo ai politici eletti di sostenere che, sì, c’era bisogno di un correttivo, e visto che ora tutto funziona perfettamente, meglio non rischiare ulteriori cambiamenti. In attesa dell’occasione di liberarsi una volta per tutte dell’indesiderato “corpo estraneo”.

Dunque, caro Varoufakīs, accogliamo la tua proposta politica come tutte le altre: tenendoci alla larga dal rito finto-democratico delle elezioni.




martedì 4 dicembre 2018

UNA DEMOCRAZIA PER IVAN ILLICH



Si è tenuto sabato e domenica, a Livorno, nella sfarzosa cornice della Sala degli Specchi del Museo Fattori, il dodicesimo Convivio dedicato alla figura e al pensiero di Ivan Illich, importante figura di libero pensatore anarchico.

Noi lo abbiamo scoperto in questa occasione e, invitati a contribuire a ricordarlo - aggiornandone la riflessione - abbiamo studiato alcune sue opere e preparato (a quattro mani) l'intervento qui sotto che è stato letto con l'abituale nitidezza e passione da Maila Nosiglia.




Democrazia e convivialità
Dice Ivan Illich nel suo saggio “La convivialità”: “Il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale.» 

“La società conviviale è una società che dà all'uomo la possibilità di esercitare l'azione più autonoma e creativa, con l'ausilio di strumenti meno controllabili da altri.
La scelta austera dello strumento conviviale è garanzia d'una libera espansione dell'autonomia e della creatività umane.
Allorché agisco in quanto uomo, mi servo di strumenti. A seconda che io li padroneggi o che viceversa ne sia dominato, lo strumento mi collega o mi lega al corpo sociale. Nella misura in cui io padroneggio lo strumento, conferisco al mondo un mio significato; nella misura in cui lo strumento mi domina, è la sua struttura che mi plasma e informa la rappresentazione che io ho di me stesso. Lo strumento conviviale è quello che mi lascia il più ampio spazio e il maggior potere di modificare il mondo secondo le mie intenzioni."
"Ma - continua Ivan Illich - lo strumento è conviviale nella misura in cui ognuno può utilizzarlo, senza difficoltà, quando e quanto lo desideri, per scopi determinati da lui stesso. L'uso che ciascuno ne fa non lede l'altrui libertà di fare altrettanto; né occorre un diploma per avere il diritto di servirsene. Tra l'uomo e il mondo, lo strumento conviviale è conduttore di senso, traduttore di intenzionalità.” E qui finiscono le citazioni.

Una struttura istituzionale può essere conviviale, cioè massimizzare la libertà della persona o no. Marcello Toninelli e io abbiamo percepito, a un punto della nostra vita, che qualsiasi cosa noi avessimo fatto in questo sistema non sarebbe servita a niente, perché questo sistema è fatto per digerire, inglobare, trasformare qualsiasi energia, poiché gli strumenti, per dirla con Illich, sono non più maneggiabili, ma manipolabili. Qualsiasi cosa facessimo, “quell'energia naturale prodotta da chiunque mangi o respiri”, viene scientemente trasformata, nell'attuale sistema, in energia esogena (cioè esterna all'organismo umano).
Lo strumento maneggiabile richiama l'uso conviviale. Dice ancora Ilich: “Ma se l'istituzione ne riserva l'uso a un monopolio professionale, eseguibile dai soli specialisti, non solo perverte l'uso dello strumento maneggiabile, ma subito gli sostituisce lo strumento manipolabile”. Comincia allora il regno delle manipolazioni.

Ciò che oggi noi chiamiamo Democrazia è di fatto il regno della manipolazione. Da dove nasce la Democrazia moderna?
Al momento di scegliere una nuova forma di governo dopo che le rivoluzioni americana e francese avevano spazzato via il precedente sistema feudale, di una cosa erano certi proprietari terrieri, commercianti e notabili che si apprestavano a prendere le redini del potere strappato a monarchi e aristocratici: occorreva impedire l'instaurarsi di qualsiasi forma di democrazia. Sembra strano ma è così. Lo testimoniano le parole dei cosiddetti “padri fondatori”.
“La democrazia è il più odioso, il più sovversivo e, per il popolo stesso, il più nocivo dei sistemi politici.” (Antoine Barnave, politico e oratore francese, componente dell'Assemblea Nazionale Costituente).
“Considerate che una democrazia non dura mai a lungo. Essa non tarda ad appassire, s’esaurisce e causa la sua propria morte. Non c’è ancora mai stata una democrazia che non si sia suicidata.” (John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti d'America e primo vicepresidente. Padre fondatore degli Stati Uniti d'America)
Ma si è anche convinti che “Esiste una specie di aristocrazia naturale fondata sul talento e la virtù.” (Thomas Jefferson). Questo è ciò di cui ancora oggi molti sono convinti.

Dunque, non si poteva né si doveva prendere in considerazione alcuna forma di governo assembleare, né tantomeno strumenti che ancora oggi fanno sobbalzare come l' estrazione a sorte dei rappresentanti, la temporaneità, la rotazione e la non ripetibilità degli incarichi. Consapevoli dell'importanza della posta in palio, i nuovi detentori del potere non cedettero di un passo: il sistema di governo oligarchico basato sulla rappresentanza e le elezioni era quello che rispondeva in modo perfetto alle esigenze della trionfante borghesia affaristica. Beffardamente, permetteva di controllare il popolo nel momento in cui se ne proclamava la sovranità.


L'acuta riflessione di uno dei maggiori pensatori della Rivoluzione francese, Benjamin Constant, riconosceva candidamente che in questo modo: “la sovranità è rappresentata, e questo significa che l’individuo è sovrano solo in apparenza; e se a scadenze fisse, ma rare, (...) esercita questa sovranità, è solo per abdicarvi.” Gli facevano eco Alexis de Tocqueville che parlando della democrazia diceva :“In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare i loro padroni, e poi vi rientrano.” Ma anche Jean-Jacques Rousseau scriveva:“Il popolo inglese pensa di essere libero, ma si sbaglia ampiamente, non lo è che durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena sono eletti, lui torna schiavo, non è niente.”


Solo in un secondo momento a questo sistema di governo “dei pochi”, nato per impedire qualsiasi forma di democrazia, si cominciò ad associare l'aggettivo “democratico”, complice il citato Tocqueville, autore del saggio “La democrazia in America”. In effetti almeno un paio di elementi di reale democrazia erano (e sono ancora oggi) presenti negli USA. I più importanti sono i town meeting e le giurie popolari nei tribunali, istituzioni che ben conosce chi ha seguìto i serial televisivi. Resta il fatto che anche negli Stati Uniti il sistema di governo principale è quello prettamente oligarchico scelto a suo tempo dalla borghesia in antitesi a possibili governi democratici, e non basta qualche modesto elemento di democrazia (quale può essere in Italia l'istituto del referendum abrogativo) a cambiarne la natura: è come mettere un solitario porcino in una grande padellata di funghi non commestibili; anche se nell'aria ci sarà un vago sentore di porcini, dopo mangiato si dovrà comunque correre in bagno o all'ospedale per una lavanda gastrica.


Dalla reale natura dei governi occidentali (ma non sono stati e non sono meno oligarchici i governi cosiddetti “comunisti”, dall'Unione Sovietica alla Repubblica Popolare Cinese) nascono i problemi dell'attuale politica, e dall'inganno di aver appiccicato l'etichetta di democrazia a quella che ormai anche Eugenio Scalfari ammette essere nella sostanza un'oligarchia, deriva la difficoltà di immaginare un sistema alternativo di governo. Mentre è proprio questo che, a parer nostro, dobbiamo cercare: un sistema alternativo di governo. Lo stesso fondatore di Repubblica si barrica dietro questa giustificazione: o oligarchia (naturalmente “democratica”) o dittatura. Tertium non datur. Ma negli ultimi anni una possibile “terza via” si è invece delineata nelle analisi di molti studiosi e grazie alle pratiche di democrazia deliberativa sperimentate nel frattempo in innumerevoli Paesi: sondaggi deliberativi, consensus conferences, giurie di cittadini, planungszelle ecc.

Secondo il politologo francese Yves Sintomer, i modelli paternalisti fondati su una delega cieca ai professionisti della politica sono sempre più messi in discussione. Nella “società della conoscenza” e dei social network non è più credibile pensare che un qualsiasi “attore” possa, da solo, rappresentare l’interesse generale. In questo senso, la politica istituzionale è in grave ritardo, e l’ormai debordante corruzione dei partiti politici aggrava il quadro. Sostiene lo studioso Syntomer, appunto: “Il governo rappresentativo ha finito per attribuire il potere sostanziale a una élite, un’aristocrazia eletta ma che si autoriproduce ampiamente e viene reclutata all’interno di ristrette cerchie sociali. Per fortuna, intorno le cose si muovono velocemente e un tema come l’estrazione a sorte dei rappresentanti ha ormai un’eco che, se pur resta minoritaria, certamente non è più marginale. Quello che si può sperare, è che un insieme di attori dagli scopi eterogenei finisca per approdare a delle reali innovazioni. Ciò che è chiaro, è che occorrerebbe dar vita a un processo costituente per cambiare le logiche del sistema e non contentarsi di riforme marginali”. 

Rifondare la democrazia, ripensarla, in maniera rivoluzionaria, rodesciando cioè il punto di vista. La soluzione c'è. Basta avere il coraggio di cambiare strada. Ripetiamo con Ivan Illich: ”Lo strumento è conviviale nella misura in cui ognuno può utilizzarlo, senza difficoltà..... né occorre un diploma per avere il diritto di servirsene.“ 

Sono ormai molte le proposte per superare l'impasse dell'oligarchismo imperante e passare a una reale democrazia. Tra queste, la più articolata e razionale è sicuramente quella studiata da David Van Reybrouck (“Contro le elezioni”, Feltrinelli) insieme allo studioso statunitense Terrill Bouricius. I due prevedono una completa riarticolazione dell'architettura istituzionale eliminando quelle esistenti e propongono di ricorrere, come nell’antica Atene, all’estrazione a sorte non per una sola istituzione, ma per diverse di esse in modo da andare a costituire un sistema di freni e contrappesi nel quale un corpo sorteggiato sorvegli l’altro. Un'architettura di questo genere, come si vede, metterebbe fine all'esistenza dei partiti e a tutto quello che essi comportano: carrierismo, lotte di potere, corruzione...

Sappiamo che non è semplice. Del resto Mark Twain diceva: “è più facile ingannare la gente che convincerla di essere stata ingannata”. Ma noi ripetiamo ciò che abbiamo detto all'inizio citando Ivan Illich: la società conviviale è una società che dà all'uomo la possibilità di esercitare l'azione più autonoma e creativa, con l'ausilio di strumenti meno controllabili da altri. La scelta austera dello strumento conviviale è garanzia d'una libera espansione dell'autonomia e della creatività umane". Questo deve essere l'obiettivo.

Coloro che detengono oggi il potere, è evidente, tenteranno in ogni modo di ostacolare qualsiasi proposta che, portando a una reale democrazia, li spazzerebbe via una volta per tutte. Ma questo non ci spaventa: come recita un proverbio messicano “proveranno a seppellirci, ma non sanno che siamo semi.”



giovedì 18 ottobre 2018

Le interessate analisi di un presunto giornalista


Forse è naturale che ognuno di noi, leggendo un testo, veda quello che vuole vedere e lo interpreti di conseguenza. Augias, erettosi da tempo a difensore dell'attuale sistema di governo (che anche Eugenio Scalfari, fondatore del giornale per cui lavora, ammette ormai essere una oligarchia, ma il buon Corrado sembra non saperlo) e in particolare del Partito Democratico di cui il suo datore di lavoro possiede la tessera n. 1, piega il contenuto del libro di Canfora ("La scopa di don Abbondio") esaminato in questo video a condanna dei partiti populisti tanto invisi a lui e al suo datore di lavoro.


Non abbiamo letto il libro di Canfora, ma già il passaggio (leggibile nel video) "L'odierna paralisi italiana (...) è il segnale più chiaro della fine della democrazia politica otto-novecentesca, e al tempo stesso prova che il moto dell'eterno fascismo - come lo definì Eco - non dà segni di esaurimento" ci sembra dire cose diverse da quelle che vuol fargli dire Augias.
Il fatto che l'autore metta tra virgolette "democrazia politica" dovrebbe suggerire al recensore di Repubblica che Canfora non la ritiene tale. Come riportiamo nel nostro "Democrazia davvero", il saggista (vedi il suo “Critica della retorica democratica”) dice infatti che “è improprio definire democrazia un sistema politico nel quale il voto è merce sul mercato politico, e l’ingresso nel Parlamento comporta una fortissima spesa elettorale da parte dell’aspirante rappresentante del popolo. Questo rattristante (sul piano etico prima ancora che democratico) aspetto, fondante, del sistema parlamentare resta per lo più in ombra. Il ceto politico esprime tendenzialmente le classi medio alte e abbienti.” Denunciando poi come ormai le decisioni importanti in materia economica vengano prese direttamente dagli organismi tecnici e dai vertici industriali e finanziari (di cui, guarda caso, fa parte l'editore di Repubblica, aggiungiamo noi) mentre i politici si inventano ogni giorno un tema etico su cui dibattere all’infinito per intrattenere (e distrarre) la popolazione. Canfora precisa ancora che si è instaurata una translatio imperii che rende inutili, se non come esecutori delle decisioni prese altrove, gli organismi politici sia delle singole nazioni che del Parlamento Europeo e non può più essere nascosta dietro la retorica delle elezioni quale strumento di governo popolare.


Ridurre il pensiero dello studioso a banale presa di posizione contro i "populisti", cioè gli avversari del suo datore di lavoro, è decisamente disonesto. Anche perché, in realtà, il pericolo di ritorno del fascismo (ammesso che sia mai possibile, in una situazione socio-economica così diversa da quella degli anni Venti e Trenta del Novecento: oggi industria e soprattutto finanza spadroneggiano liberamente e non c'è più nessun "pericolo rosso" da cui difendersi) non viene da singoli partiti o pseudo-movimenti, ma dalla natura stessa dei partiti in genere. Come scriveva già alla metà del secolo scorso Simone Weil, in Appunti sulla soppressione dei partiti politici”: 1) un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva; 2) un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte; 3) il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la propria crescita, e questo senza alcun limite.
Per via di questa (...) caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è nei fatti, questo accade solo perché quelli che lo circondano non lo sono di meno.”


Alla luce di questa difficilmente confutabile lettura, il fascismo e il nazismo non ci appaiono più come una degenerazione della politica “democratica”, ma soltanto come il risultato della capacità di Benito Mussolini e Adolf Hitler di portare i propri partiti a prevalere tomskijanamente su quelli che li circondavano. Duce e führer non erano due mostri finiti per caso nell’agone politico, ma il frutto diretto e d’eccellenza della natura dei partiti. 

Risulta dunque una inutile perdita di tempo dibattere secondo le proprie convenienze su pregi e difetti di questa o quella formazione politica. L'unica via d'uscita (l'unica!) dall'attuale pantano e da pericoli di rigurgiti totalitaristici è l'approdo a una reale democrazia. Come, lo spieghiamo dettagliatamente nel nostro saggio.


mercoledì 29 agosto 2018

Il sorteggio timido


Se non possiamo che ringraziare Beppe Grillo per aver gettato il tema del sorteggio come una grossa pietra nello stagno delle acque morte della politica, dobbiamo constatare che - ahimè - i cerchi concentrici causati dall'impatto non vanno più in là di alcune delle timide proposte già prese in esame (e superate) nel nostro libro.
Due esempi di queste timorose "aperture" le troviamo su L'Espresso (grazie all'amico Stefano Casini per avercele segnalate: confessiamo di non leggere più da anni il settimanale del gruppo editoriale di De Benedetti, tessera n.1 del Partito Democratico, e dunque editore quantomai di parte in tema di sistema di governo, di cui il suo collaboratore Eugenio Scalfari non cessa di decantare i meriti pur riconoscendone la natura oligarchica), e le potete leggere nelle foto che riportiamo qui sotto.



L'autore (a noi ignoto) del primo articolo definisce l'uscita di Grillo "un po' troppo grillina" e sentenzia che non si possono abolire le elezioni "sostituendole con una partita a dadi". La sortition, secondo lui, usata come correttivo può servire a rivitalizzare i Parlamenti, ma non sia mai che ne "bruci l'anima"! Accetta perciò, bontà sua (e del suo datore di lavoro, evidentemente), che si affidino a una rappresentanza di cittadini estratti a sorte le funzioni nelle quali i parlamentari sono in evidente conflitto d'interessi (cause d'ineleggibilità e incompatibilità, legge elettorale, misura delle indennità di senatori e deputati...), e che una piccola (attenti a non esagerare!) quota di cittadini sorteggiati vada a integrare la composizione delle Camere.


Va un po' più oltre Michele Ainis, che dimostra quantomeno di conoscere la Storia della Democrazia e l'uso che del sorteggio (e non solo) è già stato fatto in passato. D'altronde non è la prima volta che si esprime sull'argomento. L'aveva già fatto in tempi non sospetti sulle pagine del più importante quotidiano italiano, come abbiamo relazionato nel nostro saggio:

Il costituzionalista Michele Ainis, Professore Ordinario di Diritto Pubblico alla facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre, nell’articolo Per una politica meno distante occorre una Camera dei cittadini” apparso sul Corriere della Sera il 2 gennaio 2012 sottoscrive l’idea di istituire una Camera formata per sorteggio con funzioni di stimolo e controllo sulla Camera elettiva. Questo, secondo lo studioso, dovrebbe diminuire il potere delle segreterie politiche e restituire valore alla rappresentanza che oggi esclude i giovani, le donne e i disoccupati. Ma in fondo siamo tutti esclusi, da questo Parlamento, chiosa Ainis sottolineando come quella del sorteggio non sia proprio un’idea bislacca, ma stia anzi prendendo piede in tutto il mondo, quantomeno nelle esperienze di governo municipale. Pensiamoci a fondo,” conclude il costituzionalista, “prima di gettare queste idee nel cestino dei rifiuti. Non è forse un’aristocrazia quella da cui siamo governati? Una Camera di cittadini sorteggiati (...) aiuterebbe le nostre istituzioni a trasformarsi nello specchio della società italiana. (...) Se l’utopia è il motore della storia, adesso ne abbiamo più che mai bisogno per continuare la nostra storia collettiva”.

Ainis si spinge dunque a suggerire che un'intera Camera sia composta di cittadini estratti a sorte. Sicuramente una proposta già più avanzata di quelle del solerte giornalista su citato, ma a nostro parere ancora insufficiente a cambiare realmente lo stato delle cose e mettere fine alle storture sempre crescenti di un sistema politico che sta dimostrando ormai tutti i suoi vizi e limiti. Citiamo ancora dal nostro studio:

Conosciamo i nostri polli, e abbiamo già visto troppi tentativi ed esperienze di democratizzazione essere accettati, assorbiti, digeriti, snaturati e poi espulsi dagli squali della “politica professionale”. Per le oligarchie al potere le cose vanno bene così come sono, e i cambiamenti sono per loro accettabili solo se assicurano più potere, non certo se rischiano di ridurlo o addirittura eliminarlo. Ogni “passo a metà” che i professionisti della politica dovessero accettare, sarebbe immediatamente seguìto da una serie di azioni tese a minimizzare e squalificare l’esperimento, per poter dire: “Vedete, non funziona, è inutile, è controproducente... servono i migliori per governare un paese. I cittadini comuni non sono capaci di farlo”. In un contesto che già oggi vede entrambe le Camere del Parlamento svuotate di fatto di qualsiasi potere decisionale, passato nelle mani del Presidente del Consiglio e del suo Governo, a loro volta manovrati dalla sovrastruttura europea e dai centri di potere industrial-finanziario, figuriamoci che possibilità di intervento reale potrebbe avere una Camera dai “poteri circoscritti”! Servirebbe al massimo per essere esibita come foglia di fico “democratica”, e quand’anche apportasse qualche minimo miglioramento al funzionamento del sistema, darebbe solo modo ai politici eletti di sostenere che, sì, c’era bisogno di un correttivo, e visto che ora tutto funziona perfettamente, meglio non rischiare ulteriori cambiamenti. In attesa dell’occasione di liberarsi una volta per tutte dell’indesiderato “corpo estraneo”.
Ma noi abbiamo visto qual è la natura del sistema oligarchico e quale quella dei partiti, strumento specifico della rappresentanza selezionata tramite elezioni, e ci è chiaro che le cose non cambieranno finché elezioni e partiti non saranno stati eliminati dalla vita politica. Se, come sostiene Paolo Flores D’Arcais, serve “un movimento di opinione” che faccia di questa riforma un suo convinto cavallo di battaglia, perché darsi tanta pena solo per avere una minoranza di estratti a sorte in Parlamento e non cambiare invece in modo radicale la natura stessa del sistema approdando - finalmente - a una vera forma di democrazia che veda i cittadini, ogni cittadino e cittadina, essere di volta in volta governàti e governanti?