giovedì 16 maggio 2019

La pseudodemocrazia che piace solo ai ricchi


In un articolo del Corriere della Sera, Mauro Magatti ci informa che secondo una ricerca statunitense, in 27 Paesi di tutto il mondo il 52% degli intervistati non è contento dello stato della democrazia nel proprio Paese. Questa è la media. Nei singoli Paesi le cose sono un po' diversificate: nel Nord Europa sono più soddisfatti (65% in Olanda e Svezia, 56% in Germania), mentre al Sud molto meno (Grecia 16%, Spagna 20%, Italia 29%). E aggiunge: "Ovunque si è peraltro convinti che ben poco cambia al variare di chi vince le elezioni".
L'articolista ne desume che tutto dipende dal grado di efficienza istituzionale. I nordici sono bravi amministratori, i meridionali incapaci e magari pure corrotti. I giornaloni istituzionali non sono nuovi a queste letture un po' razziste dei dati provenienti da ricerche di vario genere. Crediamo che sia possibile, in realtà, dare letture alternative di questi dati... ma prima completiamoli.
Andando avanti, il Corrierone scopre addirittura l'acqua calda: indipendentemente dal Paese e dall'efficienza del suo governo (a dimostrazione che questo non c'entra molto?), i ricchi e i benestanti sono molto più soddisfatti di come vanno le cose rispetto ai poveri e agli emarginati! Chi l'avrebbe mai detto?


Naturalmente (e non ci dimentichiamo che l'opportuno articolo appare sotto elezioni, Europee e amministrative) la soluzione per "rilanciare l'ordine democratico" è tutta nella "capacità delle istituzioni di ottenere risultati in termini di bene comune."

Sapete come la pensiamo sulla sedicente "democrazia" di cui parla l'articolista: si tratta in realtà di un sistema oligarchico gestito da una Aristocrazia Elettiva (come la chiamava Rousseau) che si autoriproduce e perpetua, foraggiata in vari modi dai "soddisfatti" del Sistema. Ma veniamo alla lettura di questa ricerca: i popoli latini sono davvero così "brutti e cattivi" per natura? Se così fosse, il solerte Magatti starebbe sprecando il suo fiato: abbiamo i governanti che ci rappresentano e ci meritiamo, e non c'è speranza che le cose possano cambiare... a meno di non cedere del tutto le leve del governo del Paese a un'Europa (in gran parte ce le hanno già tolte... ma, chissà perché, senza risultati apprezzabili, anzi!) a guida germanica. Non sarà che ingabbiarci in un'Europa puramente economica e legarci a una moneta unica (che, la storia ce lo insegna, unendo Paesi con economie più e meno forti, favorisce sempre le prime) costruita a misura dell'ex marco tedesco ha impoverito ulteriormente le nazioni più deboli? Difficile avere istituzioni "efficienti" in Paesi le cui economie vengono devastate scientificamente.


Ed è anche normale che i Paesi che hanno tratto beneficio dall'Unione, vuoi perché si sono tenuti fuori dall'euro (Regno Unito, paesi scandinavi...), vuoi perché sono quelle che ne traggono programmaticamente i maggiori vantaggi, siano le meno preoccupate per le sorti del sistema di governo. Senza contare che alcuni di questi sono anche tradizionalisti: le citate Olanda e Svezia mantengono ancora, nel terzo millennio, una figura istituzionale medioevale come il Re!
Forse, allora, i cittadini dei Paesi meno soddisfatti non sono dei bruti insensibili alla democrazia, ma semplicemente persone più consapevoli (per averne assaggiato gli effetti sulla propria pelle) di come il meccanismo sia truccato, di come i governanti che pretenderebbero di rappresentarci siano in realtà un ceto sociale "a sé" che fa i propri interessi e quelli di chi li finanzia, mentre la popolazione rimanente non ha nessuna possibilità di intervenire sulle scelte di governo che poi, guarda caso, peseranno solo su di essa.
A costo di suonare come dischi rotti, lo ripetiamo una volta di più: l'unica via d'uscita da questa situazione è una reale democrazia, senza Aristocrazie Elettive né "Uomini della Provvidenza". Il resto sono chiacchiere buone per riempire le pagine del Corriere della Sera




lunedì 22 aprile 2019

Chi ha paura della Rete?


Un sito d'informazione riporta in un articolo il discorso tenuto al TED (Technology Entertainment Design: è una conferenza che si tiene ogni anno a Monterey, California, e da qualche tempo ogni due in altre città del mondo) di Vancouver, Canada, dalla giornalista dell'Observer Carole Cadwalladr (qui sopra nella foto).
La giornalista in quest'occasione ha denunciato i pesanti interventi di Facebook nel Regno Unito in occasione del referendum per l'uscita del Paese dall'Europa. La denuncia è importante: le leggi elettorali e referendarie sono infatti rimaste ferme, e non solo in Gran Bretagna, a prima dell'avvento della Rete, così quello che è proibito fare in comizi, giornali, radio e televisioni, viene fatto in modo praticamente incontrollabile su internet. Non entreremo nel merito dello scoop della Cadwalladr: potete leggere i dettagli nell'articolo linkato. Riteniamo però di dover chiosare alcune delle sue conclusioni.
Se siamo d'accordo con la giornalista sul fatto che l'uso che Facebook e altri social network fanno dei milioni e milioni di dati a loro disposizione vada monitorato e controllato, e che sia necessario trovare il modo per impedire che se ne abusi come troppo spesso succede, confessiamo di essere molto meno preoccupati delle sorti di quella che la Cadwalladr chiama "democrazia occidentale", e per niente nostalgici dei "secoli di norme elettorali" minacciate secondo lei dalle nuove tecnologie.


La giornalista ammette che "la democrazia è in crisi, che le nostre leggi non funzionano più", e aggiunge che a dirlo "è un report del parlamento"; è convinta che l'attuale non sia più una democrazia, e ciò per colpa della diffusione su internet di "bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove". Tutto vero... se non fosse che quella che lei chiama Democrazia non è mai stata tale, e che questa è la causa degli attuali problemi politici dei paesi occidentali (e non). Quanto alla diffusione di notizie false, sicuramente quella di cui parla c'è stata, ma... come andavano le cose, prima dell'esistenza della Rete e dei social network? Molto semplicemente, l'informazione proveniva dall'alto, senza alcuna possibilità per i normali cittadini e cittadine di verificarle e tantomeno di poter comunicare la propria esperienza e "verità" se non in forma di "lettere al direttore", facilmente manipolabili o cestinate tout court. Quanto alla pluralità di opinioni, era assicurata solo dall'esistenza di testate e canali di diverso orientamento, ma tutti rispondenti a precisi interessi politici e/o economici. La "Voce del Cittadino" non ha mai raggiunto le edicole né l'etere, se non dopo essere stata controllata, selezionata e opportunamente indirizzata. L'informazione (compresa quella dell'Observer) ha sempre funzionato in modo verticale: nelle "stanze che contano" si decide cosa dire e in quale forma al "popolo bue" dei lettori/telespettatori. Fino all'arrivo della Rete, che ha reso la comunicazione orizzontale. Certo, chi ha in mano alcuni strumenti (come Facebook), ha ancora maggiori possibilità di manipolare la "realtà percepita", rispetto ai singoli cittadini e cittadine, ma questi hanno finalmente modo di far comunque girare il proprio punto di vista, la propria esperienza e dunque, nell'incontro delle informazioni, farsi un'idea un po' più varia e vicina al vero del mondo che li circonda.

Certo, per adesso il caos e la cacofonia prevalgono inevitabilmente sul dibattito ordinato e razionale, ma lo spazio è comunque aperto e utilizzabile, e non a caso i governi lo soffrono sempre più e il loro desiderio di "controllarlo" si fa sempre più forte (in alcuni Paesi già lo si fa pesantemente). Per parte nostra, dunque, lasciamo alla signora Cadwalladr la preoccupazione per le sorti della pseudodemocrazia oligarchica e le splendide leggi elettorali, come il rimpianto per i bei tempi in cui erano solo lei e i suoi colleghi a calarci dall'alto le loro verità, quali che fossero. Noi auspichiamo un passaggio a una reale democrazia, nelle istituzioni come nell'informazione. E, da questo punto di vista, stiamo dalla parte della Rete.




mercoledì 3 aprile 2019

La presa per... le urne


Questa oligarchia travestita da democrazia appare ormai schizofrenica: da un lato arranca, con metà degli elettori che ormai non fanno neanche più la fatica di andare a votare, tanta è la disillusione (e il disgusto) nei confronti di partiti e politici; dall'altro svela spudoratamente la sua reale natura fregandosene di partiti ed elezioni mettendo il potere direttamente nelle mani di chi l'ha sempre avuto: impresa e finanza; i notabili, che hanno servito fedelmente la causa fino a qualche anno fa condividendo alcuni privilegi, sono infatti anche loro ormai praticamente inutili.

Cominciamo con le elezioni. Alle varie tornate recenti di elezioni regionali, il dato appare costante nelle varie zone d'Italia interessate: a votare è andato circa il 53% degli aventi diritto. In pratica, un elettore su due sembra aver capito che andare a votare è tempo perso, come ci insegnava Benjamin Constant.



Nel dettaglio: in Abruzzo l'affluenza è stata del 53,125%, con un calo, rispetto al 61,55% della precedente tornata, dell'8,43% (fonte: Fanpage.it).

In Sardegna alle urne si è recato il 53,75% degli elettori, con un più 1,5% rispetto al 2014 (fonte: Sky TG24).

In Basilicata ha votato il 53,58%, rispetto al precedente 47,62% del 2013 (fonte: Sassilive.it).
Non sono numeri da record negativo: nel 2014, alle regionali dell'Emilia Romagna l'affluenza fu del 37,71%, con un vero e proprio crollo rispetto al 68,07 del 2010 (fonte: Banca Dati Elettorale dell'Assemblea Legislativa/Regione Emilia Romagna).
Per noi che sosteniamo la necessità di un passaggio a una forma di governo realmente democratica che faccia a meno di partiti ed elezioni e metta il governo del paese direttamente nelle mani di cittadini e cittadine, dovrebbe essere una buona notizia, ma non lo è. Purtroppo questo rifiuto delle elezioni non è dettato dalla consapevolezza della natura del sistema e dunque dal desiderio di passare a un altro, davvero democratico, ma solo dall'aver verificato la distanza tra istituzioni (che però non vengono messe in discussione) e cittadini, e dal disgusto per come - con la fine delle ideologie, di cui nessuno auspica il ritorno, sia chiaro - il personale politico sia diventato, per insipienza e avidità, assolutamente impresentabile.


Se questa è la situazione delle istituzioni più prossime alla popolazione, che dire di quelle più lontane, stanziate a Bruxelles? Si stanno avvicinando le elezioni Europee, e per evitare un'affluenza alle urne ancora più bassa di quella delle Regionali, partiti e media stanno battendo da mesi la grancassa dell'allarme: populisti, fascisti, nazisti e terroristi (per non parlar dei migranti) minacciano la nostra Santa Democrazia! Il gioco, è facile prevederlo, funzionerà una volta di più, e le posizioni così radicalizzate spingeranno le candide anime degli spaventati elettori dei vari schieramenti a correre ancora alle urne in gran numero per... l'ennesimo voto assolutamente inutile, come argomentava Alexis de Tocqueville.


Voto doppiamente ininfluente, nel caso dell'Europa, perché come spiega il sociologo tedesco Wolfgang Streeck (foto sotto) in un'intervista riportata da il manifesto, queste elezioni non servono a niente, giacché "Il vero potere legislativo è diviso fra il Consiglio e la Corte di giustizia, quindi il voto per il parlamento di Strasburgo non avrà conseguenze politiche". E aggiunge: "L’UE è una comunità di governi ed élite nazionali che agiscono a livello continentale per poter realizzare politiche di austerità, sottraendosi alla responsabilità di fronte agli elettori. I popoli della periferia che si ribellano, come in Grecia, poi vengono puniti. Per interrompere questo ciclo serve una radicale democratizzazione di fronte a un’istituzione tecnocratica come l’Ue".



Naturalmente la "democratizzazione" auspicata da Streeck è solo la solita oligarchia nella quale qualche potere (comunque teleguidato da industria e finanza) torna ai politici. Temiamo che non otterrà nemmeno quella: quando il sistema occidental-capitalista azzanna qualcosa non la molla facilmente, e l'attuale struttura della politica europea dove le decisioni sostanziali vengono prese dai nominati e non dagli eletti funziona troppo bene, per chi effettivamente governa.

Il sociologo prosegue auspicando la conquista di "spazi di azione ‘in basso’ in cui realizzare politiche sociali". In basso c'è un'unica cosa che può spostare la bilancia dagli assetti di potere esistenti: una reale democrazia. Ogni cambiamento interno al sistema oligarchico non muterebbe niente di significativo.

Perciò, per parte nostra, continueremo il nostro capillare, lento lavoro di informazione per svelare l'effettiva natura dell'attuale pseudo democrazia. Quanto alle elezioni, continueremo a tenercene alla larga, osservando malinconicamente come i cittadini vengono, ancora e ancora, presi per... le urne.


lunedì 1 aprile 2019

La cosa più importante


Tra i libri segnalati dal blog di Beppe Grillo c'è anche quello di David Van Reybrouck (vedete più in basso la copertina).
Il recensore però non lo deve aver letto con la dovuta attenzione, perché non si è accorto della "scoperta" più importante del saggio dell'autore belga, e cioè che quella che ci siamo abituati a chiamare "democrazia" in realtà non lo è mai stata, ma anzi è nata proprio in funzione antidemocratica: si scelse (e Van Reybrouck elenca un buon numero di testi dei Padri Fondatori a dimostrazione di quanto ci svela) di governare tramite rappresentanti perché la sola idea di una reale democrazia faceva inorridire i mercanti e notabili usciti vincenti dalle rivoluzioni americana e francese. Perché, una volta liberatisi di nobili e aristocratici, avrebbero dovuto dividere il potere con il popolo? Meglio affidarlo a rappresentanti che condividessero i loro stessi interessi o vi si piegassero in cambio di una lucrosa "carriera" in politica. 
E questa non è cosa sulla quale si può sorvolare, perché da questo fatto dipende il funzionamento perverso del sistema di governo che ci fanno credere essere l'unico praticabile, proponendo come sola alternativa la tirannia.


In realtà un'alternativa esiste: il passaggio a una REALE democrazia. Nel suo libro (e l'abbiamo ripresa anche nel nostro "Democrazia davvero") Van Reybrouck, insieme allo studioso statunitense Terril Bouricius, si è anche avventurato a immaginare un'architettura istituzionale in grado di garantirne il funzionamento. Quello che manca per compiere un simile passo - l'UNICO capace di tirarci fuori dal pantano sempre più mefitico del sistema di governo rappresentativo basato su partiti ed elezioni - è la consapevolezza della natura oligarchica di quella che ci spacciano da due secoli per democrazia, messaggio assai difficile da far passare visto che, come insegnava Mark Twain, “è molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata”.



lunedì 14 gennaio 2019

Giornalisti che cascano dal pero


Nella rubrica delle "Lettere al direttore", sul Corriere della Sera, il signor Sergio Guadagnolo si interroga sulle "recenti espulsioni di alcuni parlamentari nel M5s", e si chiede se "le forze politiche con il pensiero unico, che al loro interno non permettono il dissenso, possono essere considerate democratiche".
Gli risponde il direttore Luciano Fontana: "Il tema della democrazia interna ai partiti è molto importante soprattutto nella tanto decantata era digitale della politica. Si è detto e scritto molto sulla partecipazione dei cittadini, sull’«uno vale uno», sull’avvento della democrazia diretta ma poi i partiti vengono guidati come caserme. Non si puniscono con l’espulsione solo comportamenti irregolari e illegali ma anche il dissenso e la minima deviazione dalle regole stabilite per tutti dai pochi che comandano davvero."
La natura non addomesticata del caotico (anche se poi pronto come tutti gli altri partiti  a inchinarsi ai diktat di chi davvero comanda in Europa) Movimento Cinque Stelle agita queste anime belle che sembrano scoprire solo ora e solo nei confronti del partito di Grillo quella che è da sempre la natura dei partiti. Di tutti i partiti. L'aveva indagata in modo esaustivo e lucido già più di mezzo secolo fa Simone Weil, come ricordiamo nel nostro "Democrazia davvero":

Weil analizza il comportamento dei membri di un partito, di qualsiasi partito. Se uno di essi si impegnasse in pubblico, ogni volta che deve esaminare un problema relativo al bene comune, a farlo cercando di scegliere per il meglio senza tener conto del proprio partito di appartenenza, verrebbe immediatamente osteggiato dai compagni e accusato di tradimento. Gli verrebbe chiesto perché mai abbia aderito alla loro organizzazione, ammettendo così candidamente che chi entra in un partito politico rinuncia a ricercare il bene pubblico. Quell’incauto verrebbe subito allontanato, “scomunicato”. 
E qui arriviamo alla seconda caratteristica dei partiti politici: la derivazione religiosa. 
“Il meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta contro l’eresia”, afferma la filosofa. “Un convertito che fa il suo ingresso nella chiesa (...) ha visto nel dogma il vero e il bene. Ma varcando la soglia professa allo stesso momento di non essere colpito dagli anathema sit (“sia anatema!”), ovverossia di accettare in blocco tutti gli articoli di stretta fede. Questi articoli non li ha studiati. Persino a chi fosse dotato di un alto grado di intelligenza e cultura, una vita intera non basterebbe a questo studio, dato che implica anche quello delle circostanze storiche di ogni condanna. Come aderire ad affermazioni che non si conoscono? È sufficiente sottomettersi incondizionatamente all’autorità che le ha emanate. (…) Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito.” 


Chi si avvicina a un partito probabilmente ha riscontrato negli ideali da quello propagandati valori e scelte che condivide, ma naturalmente non può conoscere l’esatta posizione del partito in merito a ogni possibile problema della vita pubblica. Dunque, entrando in quell’organizzazione, esattamente come il fedele che aderisce a una chiesa, ne accetta a priori ogni scelta futura. Condividendone generalmente gli ideali (la propaganda), si affida per il resto all’autorità del partito, sottomettendosi a essa. E nel percorso che farà come membro di quel raggruppamento avrà due sole strade: continuare ad accettare le posizioni del partito senza discutere (e magari senza neanche esaminarle), oppure contestarle quando le ritenesse sbagliate. In questo secondo caso cosa può succedere? Che all’interno dell’organizzazione si creino diverse scuole di pensiero, quelle che nel linguaggio della politica vengono chiamate “correnti”. Per un tempo più o meno lungo esse possono convivere, ma prima o poi finiranno per scontrarsi, di solito in occasione di un congresso che vedrà uscire una mozione vincente e una o più mozioni perdenti. I sostenitori di queste ultime possono abbozzare e attendere una possibile rivincita in occasione di un successivo congresso o, esattamente come accade in ambito religioso, scegliere di uscire dal partito creandone un altro che abbia per ideale e programma quello contenuto nella mozione sconfitta. Si tratta né più né meno di uno scisma, o scissione, come visto più volte nella storia del Cristianesimo: l’organizzazione religiosa che ritiene di essere la chiesa autentica allontana, non ritenendoli più in linea con la dottrina ufficiale, alcuni dei suoi membri o viene da essi abbandonata per formare una nuova chiesa basata su una diversa interpretazione delle Scritture. Il fenomeno si è ripetuto più volte nel corso della storia. A causa di eresie e scismi le congregazioni religiose si dividono in diverse confessioni, ognuna delle quali reclama per sé lo status di vera e unica Chiesa. Non diversamente fanno i partiti, ognuno dei quali viene motivatamente ritenuto da Weil “una piccola chiesa profana armata della minaccia della scomunica.”


Si rasserenino, dunque, il signor Guadagnoli e il solerte direttore: il M5S è un partito come tutti gli altri, strumento funzionale al sistema oligarchico che ci governa spacciandosi per democrazia. Aspettarsi perciò di trovare quest'ultima nel funzionamento dei partiti è come sperare di trovare Chanel n. 5 nella cisterna di un camion degli spurghi. E Luciano Fontana, come praticamente tutti i suoi colleghi giornalisti, o non si è mai interrogato seriamente sulla natura di quella che chiama democrazia, o è in malafede.


martedì 8 gennaio 2019

Dove ci siamo andati a Cacciari!


Il professor Massimo Cacciari, filosofo prestato anche alla politica, è preoccupato per le sorti della Democrazia. Se ne lamenta in un articolo su L'Espresso: "...mai si era giunti a un tale livello di nefandezza, mai cosi palesemente si era irriso alle funzioni delle assemblee che si osa ancora chiamare legislative." Tutto perché, da un bel po' di anni, si ricorre alla fiducia per far passare le leggi. Uno studioso un po' più attento si sarebbe anche accorto che i parlamenti (tutti) dei paesi che hanno aderito all'Europa, sono stati di fatto commissariati da una troika di nominati che detta, con la pronta condiscendenza di alcuni singoli governi-maggiordomo o brandendo l'arma dello spread contro chi non si dimostra così solerte all'obbedienza, le regole alle quali i paesi non possono che allinearsi. Ma lasciamo perdere, forse Cacciari non è interessato a quanto avviene oltre i confini.
Davanti a una situazione come l'attuale, "per certi versi drammatica e per altri vergognosa", cosa propone l'eminente analista? Suggerisce di rispondere "con un ridisegno completo della struttura del nostro Stato, ridistribuendo poteri e funzioni tra centro, regioni e enti locali; con un rafforzamento delle assemblee legislative, riducendo drasticamente il numero dei rappresentanti, eliminando il senato, rivedendo i regolamenti cosi da rendere ancora più rapide le procedure, ma limitando a un tempo radicalmente la possibilità di ricorrere alla fiducia; oppure ancora in un senso decisamente e coerentemente presidenzialista."



Caro Cacciari, se ti fossi preso la briga di leggere, non diciamo il nostro saggio, ma almeno "Contro le elezioni" di David Van Reybrouck, forse avresti capito che il problema non è quello dell'efficienza del sistema (in quel caso, la soluzione migliore è da sempre un imperatore, un re o quantomeno un tiranno), ma la natura dello stesso, nel mondo occidentale da un paio di secoli oligarchica. Se ti rendessi conto di questo (e, senza accorgertene, lo fai in un altro articolo, quando scrivi che "la democrazia implica fisiologicamente in sé valori aristocratici") capiresti che non si può ottenere una efficace democrazia perfezionando un sistema che è invece strumento di una voluta oligarchia. Sì, lo sappiamo, tu in questo sistema di potere hai sguazzato a lungo, come intellettuale e pure come amministratore, ed è comprensibile che ti ci trovi a tuo agio e che a darti fastidio sia solo il fatto che non lo facciano funzionare come piacerebbe a te. A noi invece sembra che il sistema basato su partiti, elezioni e parlamento, studiato fin dall'inizio per tenere alla larga qualsiasi esperimento di reale democrazia, stia solo mostrando le proprie contraddizioni insanabili. Sì, hai letto bene: insanabili.
Non avertene a male, perciò, se ci facciamo due risate sulla tua analisi tutta interna all'oligarchia governante e proviamo a guardare fuori da essa, dove una vera alternativa esiste: quella di approdare - per la prima volta nella storia - a un sistema realmente democratico dove cittadine e cittadini possano decidere in prima persona della propria vita. Gli strumenti per farlo ci sono. Per vederli, basta togliersi il paraocchi della oligarchia spacciata per democrazia con cui ci hanno cresciuti. Non è facile, ma con un po' di volontà ci si arriva.




giovedì 3 gennaio 2019

Il gioco della Democrazia


Chiunque analizzi, anche senza andare molto in profondità, il sistema di governo che ci hanno abituato a chiamare democrazia si rende facilmente conto che nella struttura basata su partiti, elezioni e parlamento di democratico non c'è proprio niente. Il presunto "governo del popolo", in realtà risulta fatto in modo da impedire a cittadine e cittadini di decidere alcunché, se non la periodica scelta di sigle e candidati preconfezionati per mandare al governo del Paese poche persone facenti parte di una ristretta cerchia di "professionisti della politica", corruttibili e manovrabili da chi davvero muove i fili della gestione del Paese.
Se (ormai lo ammette candidamente persino Eugenio Scalfari, che di questo sistema è il primo paladino) il nostro sistema è - dalla nascita - una tipica oligarchia, che ci sarebbe di male a chiamarla col suo nome? Il fatto è che "oligarchia" è una brutta parola, e chi si ammanta dei panni di cavaliere senza macchia e senza paura proteggendosi dietro lo scudo della parola "democrazia", perderebbe molto del suo appeal e capacità di convinzione se ammettesse di essere invece il difensore di un "governo dei pochi", il paladino di una "casta" di carrieristi della politica che hanno come unico interesse, appunto, solo la propria carriera.

E allora facciamo un giochino: proviamo a sostituire, nei titoli di alcuni giornali pescati casualmente online, alla parola "democrazia" quella che esprime la reale natura dell'attuale sistema di governo dei paesi occidentali e occidentalizzati, "oligarchia", e - come diceva Jannacci in una sua fortunata canzone - vediamo "l'effetto che fa". Forse, così, sarà più facile cominciare ad accorgersi che qualcuno ci sta prendendo in giro da un paio di secoli.
















Referendum... meglio che niente!

Fra qualche giorno si terranno le votazioni per cinque quesiti referendari. Nel sistema prettamente oligarchico gestito dalle Aristocrazie E...