giovedì 5 giugno 2025

Referendum... meglio che niente!


Fra qualche giorno si terranno le votazioni per cinque quesiti referendari.
Nel sistema prettamente oligarchico gestito dalle Aristocrazie Elettorali di partiti tra l'altro ormai privi di qualsiasi contenuto ideologico (e questo è un bene) ma anche ideale, il referendum è - con tutti i limiti decisi dall'Assemblea Costituente - l'unica forma di reale democrazia di cui disponiamo.
Attingendo al nostro saggio, di cui avete visto qui sopra la copertina, ricordiamo qualche informazione sull'argomento: 

In Italia, accanto al referendum obbligatorio per cambiamenti della Costituzione decise dal Parlamento previsto all’articolo 138 (“Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si ricorre a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi”) esiste soltanto il referendum abrogativo previsto dall’articolo 75: “È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati a eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum”. Come si vede, in base alla Costituzione e alla legge applicativa dei referendum n. 352/1970, il nostro Paese prevede, in caso di referendum abrogativo, un quorum partecipativo del 50% più uno degli aventi diritto al voto, mentre non è previsto alcun quorum per il referendum confermativo nel caso di modifiche della Costituzione.


Abbiamo già visto come nel nostro Paese la classe politica abbia spesso stravolto gli esiti referendari con successive leggi e non stupisce, di conseguenza, che lo strumento referendario sia sempre più disertato dagli elettori. Questi i quesiti referendari posti agli italiani dalla Liberazione a oggi, e le relative percentuali di affluenza alle urne:
12 maggio 1974, Divorzio: 87,7%;
11 giugno 1978, Ordine pubblico e Finanziamento pubblico dei partiti: 81,2%;
17 maggio 1981, Ordine pubblico, ergastolo, Porto d’armi e due quesiti su Interruzione gravidanza: 79,4%;
9 giugno 1985, Indennità di contingenza: 77,9%;
8 novembre 1987, Responsabilità civile giudice, Commissione inquirente, Localizzazione centrali nucleari e Contributi enti locali, Divieto all’ENEL per impianti nucleari all’estero: 65,1%;
3 giugno 1990, Disciplina della caccia: 43,36%;
9 giugno 1991, Riduzione preferenze Camera dei Deputati: 62,5%;
18 aprile 1993, Competenze USL, Stupefacenti e sostanze psicotrope, Finanziamento pubblico dei partiti, Casse Risparmio e Monti Pietà, Elezione Senato della Repubblica, Ministero partecipazioni statali, Ministero agricoltura e foreste e Ministero turismo e spettacolo: 77%;
11 giugno 1995, due quesiti su Rappresentanze sindacali, Trattenute contributi sindacali, Contrattazione pubblico impiego, Soggiorno cautelare, Privatizzazione RAI, Concessioni televisive nazionali, Raccolta pubblicità radiotelevisiva, Autorizzazione al commercio, Interruzioni pubblicitarie, Legge elettorale comuni, Orari esercizi commerciali: 58,1%;
15 giugno 1997, Privatizzazione, Obiezione di coscienza, Carriere dei magistrati, Ordine dei giornalisti, Incarichi extragiudiziari dei magistrati, Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali: 30,15%;
18 aprile 1999, Abolizione del voto di lista per l’attribuzione con metodo proporzionale del 25% dei seggi alla Camera: 49,6%;
21 maggio 2000, Rimborso spese elettorali ai partiti, separazione carriere dei magistrati: 32,19%;
15 giugno 2003, Limiti numerici ed esenzioni per l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, Servitù coattiva di elettrodotto: 25,73%;
12 giugno 2005, Procreazione medicalmente assistita 25,6%;
21 giugno 2009, due quesiti sull’elezione della Camera dei deputati e uno sull’elezione del Senato (premio di maggioranza): 23,4%;
12 giugno 2011, Affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, Produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare, Legittimo impedimento per le Alte Cariche dello Stato: 54,82%;
17 aprile 2016, Proroga delle concessioni per le estrazioni petrolifere entro le 12 miglia marittime: 31,2%.
L’esistenza del quorum viene da molti contestata in quanto assegna di fatto allo schieramento a favore del NO tutti i voti mancati, che possono in realtà dipendere da tantissimi fattori diversi e non legati necessariamente a una scelta di campo.
Per quanto alcuni risultati siano di tutto rilievo, resta il fatto che questa stampella della falsa democrazia non intacca significativamente il sistema oligarchico. Anche in Svizzera, dove gli strumenti di democrazia diretta sono più affermati che altrove, sono i politici eletti a prendere tuttora il 99% delle decisioni. Per tornare al nostro esempio culinario, è come mettere un solitario porcino in una gigantesca padellata di funghi non commestibili: appena un sentore di democrazia nell’olezzo prevaricante e nocivo dell’oligarchia.


Tornando all'ormai imminente voto, e pur consapevoli del poco che vale per i motivi su esposti, domenica andremo a mettere le nostre schede nell'urna; come dicono in Lombardia, piutost che nient, l'è mej piutost. Naturalmente ci guarderemo bene dall'invitare chicchessia a fare come noi o chi lo farà a optare per una risposta positiva o negativa. Ogni cittadino e cittadina ha diritto a scegliere secondo le proprie convinzioni. Sono valide tutte le opzioni, compreso il craxiano andare al mare e il meloniano potrei ma non voglio. Speriamo solo che questa consultazione sia un'ulteriore occasione di riflessione sullo stato della nostra finta democrazia... magari con l'aiuto del nostro saggio.  

lunedì 25 novembre 2024

La resa dei... Conte


Beppe Grillo ci aveva provato a scardinare dall'interno il Sistema partitico-elettorale, ma c'è poco da fare: se accetti di giocare con le regole dell'Aristocrazia Elettorale, sei costretto prima o poi a aderirvi pienamente, se vuoi essere "efficace". Così, addio "uno vale uno", addio numero limitato di mandati, addio Beppe Grillo... i Cinquestelle sono un partito come tutti gli altri, un accrocchio di professionisti della politica che, dunque, penseranno soltanto alla propria carriera e alle proprie poltrone piccole e grandi. Come tutti gli altri.
Solo quando il novanta per cento della popolazione arriverà a rifiutarsi di giocare alla roulette truccata delle elezioni e, finalmente, a cercare modi alternativi (come quelli che suggeriamo nel nostro "Democrazia Davvero") di amministrare il Paese si potrà veramente cambiare.

Per gli interessati/e, il nostro corposo libretto è in vendita solo su Amazon.



domenica 6 ottobre 2024

La Democrazia a tempo di Foxtrot


Esaurite le prime due edizioni di EdiTasca, il nostro saggio è oggi disponibile su Amazon pubblicato col marchio Edizioni Foxtrot.
La copertina l'avete vista qui sopra. Questa la sinossi di presentazione in quarta di copertina:
"All'indomani delle rivoluzioni americana e francese, la borghesia delle nascenti repubbliche, per evitare che il potere appena strappato ai nobili andasse in mano al popolo, pensò bene di adottare un sistema di governo rappresentativo basato su partiti ed elezioni (a cui affibbiarono impropriamente il termine di Democrazia), sostituendo di fatto all'Aristocrazia di Sangue un'Aristocrazia Elettorale che si perpetua tutt'oggi ed è alla base dell'attuale, miserevole stato della politica. Cambiare, passando a un sistema di reale democrazia, è possibile. La storia ci soccorre con le parole di Aristotele relative al sistema in uso nell’Antica Grecia basato sul sorteggio: “Eleggere è un modo di procedere oligarchico, mentre è democratico tirare a sorte.” Ma è possibile applicare alla complessa società moderna questo metodo utilizzato nel ristretto delle Città Stato e in alcuni Comuni italiani? Sulla base delle esperienze di James Fishkin e Terril Bouricious e degli studi di Yves Sintomer e David Van Reybouck, pensiamo di sì. E vi spieghiamo come."



martedì 25 gennaio 2022

A che serve un presidente?


Con la grancassa di giornali e tivù (e inevitabili riverberi sui social) sta andando in onda l'elezione del presidente della repubblica. Si è partiti dalla "comica iniziale" dell'autocandidatura di Berlusconi per passare poi all'abituale toto-nomi con vecchi arnesi della politica affiancati a "personaggi della società civile" (in realtà legati anch'essi a doppio filo con la politica e gli affari che ci stanno dietro).

Per chi, come noi, desidera il passaggio a una reale democrazia dove a prendere le decisioni siano a turno "normali" cittadini e cittadine, questo ennesimo teatrino è del tutto insignificante. Non perché "tanto sono tutti uguali", ma semplicemente perché con l'attuale sistema di governo la politica nazionale è ormai ridotta a poche scelte di sottobosco utili solo a spostare tra i vari concorrenti locali fettine di potere elettorale. Per il resto, per le decisioni che contano, al posto della MasterCard della pubblicità, c'è la MasterFinanza dell'Europa che, quando vuole qualcosa, fa cadere i governi invisi manovrando come burattini gli utili idioti che non mancano mai, e poi spinge suasivamente il presidente della repubblica a imporre un nome che, toh, è sempre un "tecnico" proveniente dal mondo delle banche.

Perciò, chiunque finisca al Quirinale sarà solo l'ennesima obbediente marionetta di chi detiene davvero il potere. Ci interessa davvero se sarà un uomo, una donna, una persona "presentabile" o un cialtrone patentato? Come diceva il Poeta, "non ragioniam di lor, ma guarda e passa". In attesa di sistemi di governo migliori per i quali continueremo a batterci.

domenica 12 settembre 2021

Il primo passo


"Ogni lungo viaggio inizia con un primo passo" (Lao-tzŭ)

Il viaggio iniziato qualche anno fa sarà sicuramente lungo e pieno di ostacoli. Ora si presenta però l'occasione di intraprendere una nuova e diversa tappa del cammino. Vorremmo farlo insieme ad Alessandro Vignozzi e tutti quelli/tutte quelle che, come lui e noi, si sono stufati/e di un sistema fintamente democratico (fin dalle origini) e hanno una proposta concreta per cambiare le cose mettendo, forse per la prima volta nella storia, il potere davvero nelle mani di cittadine e cittadini, senza esclusioni di razza, sesso e condizione sociale. E quando questo avverrà, il potere sarà di tutti/e e dunque, finalmente, di nessuno.
Abbiamo già parlato del libro di Alessandro e del suo progetto.





Fra qualche giorno, a Firenze, si terrà il primo incontro operativo per dar sostanza e vita alla proposta, e cominciare a fornirgli gambe per la strada da percorrere. Chiunque sia interessato o anche solo incuriosito può partecipare. Sarà sufficiente segnalare la propria intenzione allo stesso Vignozzi sulla pagina Facebook del gruppo de L'Arengo, specialmente se si vuole restare anche per la cena (alla modica cifra di 10 euro) in modo da facilitare la preparazione della riunione. Oppure potete scrivere nei commenti di questo post, e ci pensiamo noi a girare l'informazione agli organizzatori.

Se siete stanchi dello strapotere arrogante e cialtrone dell'Aristocrazia Elettorale, ora potete fare qualcosa per provare a uscire dal pantano della politica dei sedicenti professionisti. Noi ci saremo.




martedì 24 agosto 2021

Sognare insieme


"Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia", recita un proverbio africano.

L'idea, appena abbozzata ma già convinta, di risolvere i problemi della politica sostituendo il sorteggio alle elezioni mi è venuta più di dieci anni fa dopo aver letto sul libro delle elementari di mia figlia un trafiletto sulla Bulé nell'antica Grecia. L'ho subito pubblicizzata su un apposito blogSono poi andato per altre strade, cercando di cambiare qualcosa "militando" in una specie di movimento presto disciolto. Lì ho però incontrato Maila Nosiglia, insegnante, regista e autrice teatrale, anche lei stanca dell'inconcludenza della politica abituale e a sua volta convinta della bontà del sorteggio. C'è voluto qualche anno di ulteriori esperienze politiche, studio e confronto, per approdare alfine a questo blog e al saggio che raccoglie il risultato del nostro lavoro: "Democrazia davvero".


Strada facendo ci siamo imbattuti (per via libraria, a cominciare da David Van Reybrouck) in altre persone che condividevano il progetto dell'abolizione del sistema elettorale, dando maggiore realtà al nostro sogno.


Oggi scopriamo un ulteriore compagno di strada, Alessandro Vignozzi, che lui pure lavora da dieci anni all'idea, e geograficamente a pochissima distanza da noi (lui a Firenze, noi a Livorno). Come noi, ha raccolto in un saggio di circa 200 pagine le sue riflessioni e la sua proposta, arrivando per diversa via alla nostra stessa convinzione (la copertina l'avete vista in apertura del post. Il libro è in vendita su Amazon). Ci differenziano le modalità attraverso le quali pervenire al risultato del cambiamento. Vignozzi in pratica (seppur con maggiore cognizione di causa e opportune nonché rigorose regole di metodo e di strategia) invita a percorrere la strada del "partito di scopo" destinato a sciogliersi una volta raggiunto il risultato. A me sembra che la strada presenti diverse criticità, ma certo non maggiori di quella indicata nel nostro progetto, e forse con qualche probabilità in più di riuscire a coinvolgere persone e far trovare più rapidamente gambe alla proposta. Trovare un altro viaggiatore che percorre il nostro stesso cammino ci conferma nella certezza che saranno sempre di più, a ogni anno che passa, quelli che sceglieranno di sognare il nostro sogno. Perché, almeno al momento, non ci sono altre strade percorribili e altre vie d'uscita dai sempre più disgustosi e inconcludenti esiti del sistema governato dalle Aristocrazie Elettorali.                                                    

Marcello Toninelli


venerdì 16 aprile 2021

La democrazia delle opinioni e quella dei bisogni


Spiega Giuseppe Duso in un 'intervista che potete leggere qui:
"E' da superare la riduzione della partecipazione all’atto delle elezioni, nel quale ciò che effettivamente si afferma non è la volontà o l’interesse o il concreto della vita di chi vota, ma la sua opinione, con la conseguenza che chi si afferma concretamente è colui che ha la capacità e i mezzi per formare le opinioni. Il compito che ci sta di fronte è invece quello di intendere la partecipazione come il coinvolgimento, non delle opinioni, ma dei bisogni, delle esperienze e delle competenze dei cittadini, di ciò che caratterizza il concreto della loro vita."
Finché continueremo ad affidare il governo del paese a dei politici di professione, ormai quasi totalmente asserviti agli interessi di industria e finanza, non ne usciremo.
Duso aggiunge infatti che "se nel dispositivo concettuale moderno emergono delle contraddizioni, nasce immediatamente la necessità di pensare la politica in modo diverso: si tratta del secondo momento della filosofia politica, quello della proposta, cioè del ‘disegno della città’." La proposta dello studioso è quella di un sistema federalistico, alla base del quale ci sia "l’originarietà non dell’individuo, ma della relazione; la pluralità del popolo; la necessità di intendere il comando nella forma non del potere – rappresentativo – ma della relazione di governo; la partecipazione politica sulla base dei bisogni e delle competenze, e di quelle differenze che solo nei gruppi e nelle aggregazioni possono emergere politicamente e avere una funzione politica, e non nei singoli in quanto tali."
Noi la nostra proposta l'abbiamo avanzata, e può benissimo realizzarsi in forme federative. Se e quando si sedimenterà e diventerà "sentire comune" o almeno ampiamente maggioritario, si aprirà concretamente la possibilità di un cambiamento e della costruzione di una nuova e migliore "città". Fino ad allora, saremo costretti ad assistere ai noiosi e ipocriti balletti della politica elettorale e a dimenticare i nostri bisogni, sottostando a quelli di chi governa l'economia e l'informazione.





sabato 13 febbraio 2021

Come funziona l'Aristocrazia Elettorale


Come banalmente previsto, il governo Draghi s'è fatto.
Chi si cruccia e scandalizza perché il "suo" partito ha accettato di governare insieme al partito "avversario", non ha capito come funziona il sistema. Intendiamo quello elettorale-parlamentare.


Un tempo c'era un Re a comandare. Lo attorniavano i Nobili, e insieme godevano di privilegi vivendo nel lusso alle spalle della plebe, dissanguata per farli vivere nel lusso.
Quando si è creata una borghesia affarista che mal sopportava di vedersi sottrarre i lauti guadagni da quei parassiti, le cose sono cambiate. Una ribellione qui, una rivoluzione là, nobili e re son stati spodestati, a volte finendo sotto la lama della ghigliottina. Il loro posto l'ha preso la borghesia degli affari che, non volendo rischiare di cadere dalla padella nella brace dovendo dividere il proprio utile con il popolino, troppo numeroso e teoricamente insaziabile, invece di sostituire alla monarchia una reale democrazia ha preferito affidarsi a una più economica classe di notabili, inventandosi le elezioni (anche se poi ci ha comunque attaccato sopra l'etichetta posticcia di democrazia).
Ed ecco che a governare il nuovo mondo felice al posto del Re ci sono oggi Finanza & Industria, e al posto dei Nobili c'è una servizievole Aristocrazia Elettorale.
Come funziona, quest'ultima?
Molto semplicemente si tratta di una Casta di professionisti della cosiddetta politica, corporazione abbastanza chiusa e impenetrabile da indesiderati elementi esterni (le eccezioni che talvolta si presentano vengono rapidamente inglobate e "normalizzate" come un tempo succedeva a chi in un modo o nell'altro riusciva ad acquistare un titolo nobiliare che, per sangue, non gli sarebbe appartenuto). Questa Aristocrazia si perpetua e riproduce, raccontando ai popolani che sta lì a fare il loro interesse, e che sono proprio i cittadini a scegliere chi merita di governare. Tramite elezioni. Il cui meccanismo consiste nello scegliere dal Menu predisposto dal consesso aristocratico stesso se mandare in parlamento Tizio o Caio, per la maggior parte inamovibili personaggi che, con una carica o l'altra, continuano a vivere nel privilegio per l'intera loro vita.


Un tempo, quando il mondo era diviso tra Sistema Capitalistico e Sogno Comunista, l'Aristocrazia si ammantava di contrapposti connotati ideologici. Venuta meno l'opzione comunista, è rimasto solo un po' di marketing che di volta in volta fa guadagnare o perdere fettine di consenso-potere agli Aristocratici della Politica. E, per le leggi del marketing, li spinge a cambiare continuamente nome al proprio "prodotto-partito" purché non cambi il contenuto della confezione, cioè gli inamovibili CiriniPomicini, DAlemi, Rutelli, DeMiti e Mastelli.


Se si capisce che il meccanismo è questo, non stupisce più alcuna "ammucchiata" di governo, giacché non esistono programmi o convinzioni ideali che dividono gli Aristocratici Elettorali, ma solo un comune interesse a perpetuare il privilegio.
La plebe può continuare a pagare e, se la cosa la diverte, tifare per una squadra o per l'altra. Che, magari, ogni tanto dal desco di qualcuno dei nobili qualche briciola può sempre cadere.




venerdì 5 febbraio 2021

Draghi e murene


Come abbiamo scritto sulla nostra pagina Facebook, "salvo pulsioni suicide poco probabili in un'ammucchiata di professionisti della poltrona e dello strapuntino, un qualche governo si farà. Perché se si andasse a elezioni nel prossimo Parlamento non ci sarebbero gli stessi posti a disposizione, e voi pensate davvero che ci sia qualcuno disposto a rinunciare a mesi e mesi di stipendio dorato, col rischio di non essere poi rieletto?"
Fra le varie opzioni di rassemblement per mettere in piedi un nuovo esecutivo guidato dall'ennesimo Tecnico Salvatore della Patria, c'è anche quella che qualcuno ha battezzato "Governo Ursula" e vedrebbe insieme 5 Stelle, PD, LeU, Forza Italia, Italia Viva, Bonino e Calenda.
Chi ha scelto il nome per l'ipotetico governo forse era ben consapevole di quello che faceva, pensando al personaggio de "La sirenetta" disneyana. Leggiamo insieme come Wikipedia riassume la parte della malvagia creatura nel film, e divertitevi ad abbinare ai nomi dei protagonisti della fiaba quelli di politici e/o partiti coinvolti nell'operazione:
"La strega del mare vende alla sirenetta, innamorata del principe e desiderosa di un'anima e una vita eterna come gli esseri umani, una pozione che le consente di avere le gambe come gli umani per un anno, in cambio della voce, così le taglia la lingua; inoltre camminare sarà come essere trapassata dai coltelli e non potrà più tornare ad essere una sirena. Se il principe s'innamorerà di lei e la sposerà, la sirenetta otterrà un'anima, rimarrà umana e le verrà restituita la voce; se sposerà un'altra, al sorgere del sole del giorno dopo le nozze la Sirenetta morirà di crepacuore trasformandosi in schiuma di mare."
Attendiamo (senza alcuna ansia) di vedere come andrà a finire quest'ennesima recita, più interessati a chi tira i fili che alle vicende dei burattini.

giovedì 15 ottobre 2020

Cambiamo sistema


Una ricerca della Ipsos apparsa oggi sul Corriere della Sera evidenzia come in Italia ci sia "una marcata disaffezione verso la democrazia". Ovviamente parlano dell'attuale forma politica che ci hanno insegnato a chiamare così, anche se nei fatti si tratta di un sistema sostanzialmente oligarchico che mette tutto il potere in mano a un'aristocrazia elettorale che si autoriproduce.
Secondo il sondaggio, stante una situazione politica sempre più frustrante e inconcludente, la maggioranza di cittadini e cittadine è "pronta a sperimentare qualcosa di diverso". E, per fortuna, contrariamente a quanto dicono abitualmente i titoli allarmistici dei principali quotidiani, Corrierone compreso, non si tratta dell'Uomo Forte.
Secondo il quotidiano, di fronte alla "lentezza delle decisioni e al costo delle istituzioni rappresentative" che suscitano ampio malcontento, "godono invece di vasto consenso due tipi di aggiustamenti: a) una redistribuzione dei poteri verso Regioni e Comuni; b) la suggestione della democrazia diretta."
Se possiamo dire la nostra, la redistribuzione dei poteri dal centro verso la periferia è apparentemente un elemento di maggiore democraticità... ma se il sistema di scelta dei rappresentanti resta quello in vigore, sarà solo l'oligarchia a essere decentrata. Le recenti scelte (per non parlare più semplicemente di confusione) delle varie Regioni in tema sanitario hanno dimostrato che se le istituzioni continuano a funzionare nel solito modo, anche i risultati saranno i soliti: incompetenza e inadeguatezza, accompagnate spesso da corruzione.
E anche la "democrazia diretta" è in effetti poco più d'una suggestione: non riusciamo proprio a immaginare come si potrebbero prendere decisioni importanti sulla base di un disinformato "voto da casa".
Se escludiamo dunque il ricorso all'Uomo Forte che, certo, comporterebbe vantaggi quanto a efficienza nelle decisioni ma elimenerebbe ogni elemento di partecipazione popolare, secondo il nostro punto di vista resta solo una strada percorribile per "sperimentare qualcosa di diverso", e cioè quella di una reale democrazia basata sull'architettura istituzionale proposta da David Van Reybrouck e Terrill Buricious di cui abbiamo parlato più volte.


Purtroppo, il progetto dei due studiosi che abbiamo fatto nostro non troverà mai spazio sulla grande stampa e nell'informazione televisiva perché l'eliminazione che proponiamo dell'intera categoria dei politici di professione lascerebbe i giornalisti orfani delle abituali cronache politiche partigiane e dei talk show che attirano tanti lettori e telespettatori. Ancor meno accoglienza riceveremo dall'attuale politica, visto che chiediamo tout court il suicidio dell'intera categoria.

Ci resta perciò, inevitabilmente, solo un lento, paziente lavoro di controinformazione e passaparola. Un compito lungo e pieno di ostacoli, al quale comunque non rinunceremo perché è l'unica effettiva speranza davanti all'insipienza interessata della politica oligarchica.







domenica 4 ottobre 2020

E' la stampa, bellezza!


E' di questi giorni la notizia della cessione in corso di diverse testate locali da parte del gruppo Gedi diventato recentemente di proprietà della famiglia Agnelli. L'acquirente dovrebbe essere una cordata di imprenditori di varia natura che hanno costituito nel luglio scorso il gruppo SAE (Sapere Aude Editori) di cui è amministratore unico l’imprenditore abruzzese Alberto Leonardis. Come informa il Fatto Quotidiano, "oltre a lui, compaiono tra gli azionisti la Toscana Sviluppo 2.0 che fa capo al costruttore livornese Maurizio Berrighi e la Eco.Net SpA attiva nel settore delle telecomunicazioni. Poi ci sono un’impresa di consulenze di proprietà del pescarese Massimo Briolini e una specializzata in marketing guidata da Alberto Tivoli (con sede a Bologna). Più affini al campo dell’editoria sono la Portobello Spa (azienda retail quotata in borsa che possiede anche magazine e rivende spazi pubblicitari) e l’editore di riviste Giulio Fascetti." 

Leonardis già nel 2016 aveva rilevato Il Centro di Pescara da Gedi (all’epoca ancora in mano alla famiglia De Benedetti), per poi cederlo a sua volta nel 2019. Quanto basta per mettere in agitazione i giornalisti delle testate interessate il cui sindacato ha dichiarato diverse giornate di sciopero per il timore che il passaggio “a compratori estranei al mondo dei quotidiani" possa “disperdere un patrimonio editoriale radicato nei territori di riferimento. L’operazione in corso è particolarmente grave, nelle dinamiche e negli effetti, perché porterà alla distruzione dell’esperienza che da più di 40 anni rappresenta Finegil: un’informazione locale libera e indipendente legata a un grande gruppo editoriale”, si legge nel primo comunicato dei giornalisti rilasciato ieri. Questo ha garantito giornali di qualità in decine di province italiane. E’ evidente che l’intenzione, se confermata, di vendita a editori che mai hanno fatto questo mestiere, distrugge questo modello e indebolisce l’intero sistema informativo italiano”.


Fatte salve le legittime preoccupazioni occupazionali di giornalisti e dipendenti in un periodo di crisi generale che colpisce in particolar modo la carta stampata, dobbiamo dire che dal punto di vista della qualità dell'informazione tutta questa agitazione ci appare eccessiva. Risulta difficile ritenere "giornali di qualità", per fare un esempio, quotidiani come il Tirreno di Livorno, da sempre vicino all'amministrazione comunale che ha governato per decenni (salvo la parentesi cinquestellata del sindaco Nogarin) e dunque agli interessi dell'imprenditoria locale. Con un proprietario come De Benedetti, tessera n. 1 del PD, poteva essere davvero "un’informazione locale libera e indipendente"?


Come ricorda ancora il Fatto Quotidiano in un altro articolo, per Bruxelles, da noi “l’influenza politica continua a farsi sentire in modo significativo nel settore audiovisivo” e, sia pure in “misura minore”, in quello “dei giornali, a causa dei rapporti indiretti tra gli interessi degli editori e il governo, a livello nazionale così come a livello locale." Continua l'articolo: "Nel nostro Paese la maggior parte degli editori non stampa quotidiani e riviste perché spinta da una sana capitalistica voglia di guadagnare. In Italia invece i grandi editori sono spesso dei signori che fanno i soldi in altro modo: per esempio con le costruzioni (Caltagirone), con la sanità privata (Angelucci), con le auto (Agnelli-Elkann). Le loro fortune non dipendono dal numero di copie vendute, ma da altri affari molto più remunerativi che dipendono, quelli sì, dalle scelte della politica. Decidere se rendere edificabili o meno delle aree, se accreditare a livello regionale una clinica o se tassare i veicoli più inquinanti fa parecchia differenza nei loro bilanci. Essere proprietari di mezzi d’informazione permette così di blandire gli amministratori nazionali o locali più vicini ai propri interessi e di stangare gli altri."

Siamo dunque umanamente dispiaciuti per tutti i collaboratori e collaboratrici di quelle testate che, in conseguenza di queste cessioni, dovessero trovarsi, con le loro famiglie, in situazioni di disagio economico, ma per favore risparmiamo le geremiadi sui giornali "liberi e indipendenti". In Italia ce ne sono pochissimi, e non è certo il caso delle testate locali della Gedi dove i giornalisti hanno sempre aderito, per convinzione o convenienza, alla linea dettata da un editore tutt'altro che "puro", sia quando lo era De Benedetti che quando lo è diventato la famiglia Agnelli. Di certa "libera stampa" facciamo volentieri a meno.



sabato 26 settembre 2020

C'è scritto sul giornale

Perché si parli di sorteggio sui media nazionali ci vuole una sparata di Beppe Grillo. Che, per fortuna, ogni tanto la fa, costringendo i giornali e le tivù a parlarne. Naturalmente, la RAI governata dai partiti, e giornali e canali televisivi padronali lo fanno prendendo le distanze. In due modi: o ironizzando, a evidenziare come il tema sia talmente ridicolo da non meritare altro che un sorriso di sufficienza, o argomentando seriosamente sciorinando gli abituali luoghi comuni sulla Costituzione o citazioni più o meno a vanvera di Lincoln o Churchill. In entrambi i casi riescono a dimostrare una cosa sola: di ignorare tutto quello che riguarda la materia, non essendosi minimamente applicati allo studio della stessa.

Per fortuna esistono ancora, nell'informazione, alcuni spazi indipendenti frequentati da professionisti dalla mente abbastanza aperta. E' il caso de il Fatto Quotidiano che ha ospitato in questi giorni un articolo di Mario Staderini. Potete leggerlo per intero nell'immagine qui sotto.


Scoprire in questi rari casi che il tema non appassiona solo i pochi, ancorché convinti, frequentatori del nostro blog e i lettori del nostro libro o di quello di David Van Reybrouck, ci rasserena. E ci consola leggere quello che scrive in proposito il giornalista: "Il sorteggio può essere utile per la democrazia, oppure è roba da alchimisti? Chi fa passare il tema come l'ultima boutade di Beppe Grillo, con reazioni ironiche e paure antisistema, è affetto da grillofobia o da ignoranza."


E non possiamo che sottolineare altre frasi: "La crisi delle democrazie rappresentative è un fenomeno globale. Molti studiosi hanno indicato nelle elezioni il vero punto debole: non rappresentano la popolazione, cancellando i temi scomodi ai partiti e favorendo il prevalere dei gruppi di potere rispetto all'interesse generale", e "le assemblee di cittadini superano la contrapposizione tra maggioranza e opposizione, entrata in crisi in un'epoca di campagna elettorale permanente e di polarizzazione esasperata", terminando con "nelle assemblee di cittadini, che sono forme di democrazia rappresentativa (con la sorte che sostituisce le elezioni), si realizza al meglio il principio del conoscere per deliberare".

Certo, Staderini tende a sopravvalutare lo strumento del referendum: se nei due casi da lui citati si è avuto un esito "progressista", in altri casi che citiamo nel nostro saggio ci sono state bocciature secche di impronta omofobica. E anche l'idea delle Assemblee di Cittadinanza chiamate a "coadiuvare" il governo continua a sembrarci minimalista, nonché pericolosa. Il citato Van Reybrouck, insieme al politologo Terrill Bouricius (nell'ordine, nelle due foto sotto) hanno studiato un'architettura istituzionale alternativa al Parlamento decisamente più razionale quanto rivoluzionaria di cui abbiamo già parlato su queste colonne. Per quello che ci riguarda, continueremo a sostenere quella.



Siamo dunque contenti di vedere approdare, con una certa cognizione di causa, l'argomento del sorteggio come possibile strumento di governo sulle pagine di un quotidiano nazionale e confidiamo che il tema venga portato sempre più spesso alla ribalta e alla conoscenza di cittadini e cittadine abitualmente martellati, e frastornati, dal tifo partigiano che infiamma le cronache politiche dei giornali e dei talk show televisivi. C'è sempre più bisogno di una pacata riflessione lontano dalle risse strumentali dei politicanti in tivù e nelle piazze.



mercoledì 13 maggio 2020

Utopia, distopia, democrazia


Per il n. 19 di quest'anno il settimanale FilmTV si è dato come tema la Distopia. Nel cinema, naturalmente. Le riflessioni contenute nell'editoriale di Giulio Sangiorgio dal grande schermo si spingono però anche sul terreno della politica, ed è quello che ci interessa di più.
Vediamo prima il significato dei due termini (come definiti dalla Treccani):

utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus ... de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia).

distopìa s. f. [comp. di dis- e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa).


Nel suo editoriale, Sangiorgio afferma che, in film e telefilm, "oggi le distopie non raccontano il fallimento di un pensiero alternativo al mondo come lo conosciamo, la caduta di uno slancio verso un futuro migliore, con regole diverse. No. Le distopie raccontano il mondo così com'è, basato su un sistema che nessuno mette in dubbio, neoliberista e mercificato, iperconnesso e tracciato, fatto di Realpolitik e fake news (...) ma non c'è nessuno che immagina un'alternativa a questo sistema. Sono distopie al presente, non al futuro. Non sono i fallimenti di un'utopia: sono possibili crisi di caratteri di oggi, pensieri negativi sul nostro presente. Sono qui, ora, anche se riportano date futuribili. (...) La distopia è quello che c'è già perché oggi nessuno prova a immaginarla, l'utopia, il luogo del bene, il luogo che non c'è."
E qui passiamo a quello che ci riguarda: "E' una questione politica. (...) L'impossibilità di pensare a un'alternativa."

In realtà, chi ci segue lo sa, qualcuno un'alternativa l'ha pensata: David Van Reybrouck nel suo "Contro le elezioni" e più modestamente noi con "Democrazia davvero". Come Sangiorgio siamo consapevoli di vivere una distopia: quella del sogno di un governo del popolo che ci hanno fatto credere di aver realizzato col sistema rappresentativo basato sulle elezioni. Ma come ci insegna Simone Weil, in questo sistema che continuano a spacciarci per democrazia, di democratico non c'è davvero niente.


Così, quando l'utopia si è realizzata, l'ha fatto in forma di oligarchia o Aristocrazia Elettorale: una distopia che ci accompagna, avvolge, sommerge e incatena addormentando il pensiero e negando ogni speranza per il futuro. E quando proponiamo il nostro progetto capita perciò spesso che ci venga detto: "Bello, ma è un'utopia". E noi rispondiamo che, sì, è un'utopia, cioè il sogno a cui dobbiamo volgere le nostre menti e indirizzare la nostra azione. L'alternativa è quella di continuare a vivere l'attuale, disperante distopia, lamentandocene giorno dopo giorno e immaginando che questa possa cambiare grazie all'opera di un "uomo diverso" (se non un "uomo forte") uscito chissà per quale miracolo da una macchina costruita per produrre solo replicanti sempre più scadenti degli esemplari di politici di professione funzionali al sistema, interessati solo alla propria rielezione e al mantenimento dei propri privilegi.

A noi la distopia a cui ci hanno condannato non piace, e per questo continueremo a perseguire la nostra utopia e sognare un'alternativa. Quella di una reale democrazia.




domenica 22 marzo 2020

Cosa cambierebbe in una vera democrazia



In questi giorni, frastornati da notizie contraddittorie sull'emergenza sanitaria da coronavirus (chiudere tutto... lasciare tutto aperto... quarantena per tutti... immunità di gregge...), ci vogliamo tenere più che mai alla larga dalla politica vissuta come tifo da stadio. Non ci interessa se il governo in carica sta facendo bene o se altre forze politiche avrebbero fatto meglio. Preferiamo riflettere su come avrebbero potuto essere le cose se al posto di questa pseudo-democrazia gestita da un'Aristocrazia Elettorale di sedicenti Rappresentanti del Popolo ci fosse stata una REALE democrazia, basata su un'architettura istituzionale come quella di cui abbiamo parlato in un precedente post e nella quale le decisioni venissero prese da "normali" cittadini chiamati a occuparsi della cosa pubblica a vario titolo e per periodi di tempo diversi ma comunque non più lunghi di due o tre anni UNA SOLA VOLTA NELLA VITA.




La riflessione è molto semplice: da quello che si riesce a desumere dalle informazioni (talvolta quasi terroristiche) con cui veniamo quotidianamente bombardati, per l'Italia il problema sostanziale è che se il numero di malati gravi superasse un certo livello, le strutture non sarebbero più in grado di gestire la situazione. E la causa, come anche giornali abitualmente filogovernativi ormai ammettono tranquillamente, è che i politici eletti negli ultimi venti-trent'anni hanno lavorato a un metodico, pervicace smantellamento delle strutture sanitarie pubbliche a favore di una sanità privata che si è parallelamente arricchita a dismisura (e per riuscirci non ha lesinato cospicue bustarelle ad amministratori di tutti i livelli: basti il caso di Formigoni per tutti). In dieci anni, scrive tra gli altri l'Huffington Post, sono stati tagliati 37 miliardi alla sanità pubblica.




Questo è stato possibile perché a prendere decisioni di governo ci sono dei politici di professione mossi solo dal proprio interesse e da quello di chi li finanzia più o meno legalmente. Ed eccoci al punto: come andrebbero le cose se a decidere come spendere il denaro pubblico invece degli attuali venditori di fumo preoccupati solo di mantenere la propria poltrona e servire i loro sponsor ci fossero dei "normali" cittadini? Pensiamoci.




Se foste voi, a essere chiamati - per tre giorni o per tre anni - a fare il vostro dovere di cittadini scegliendo se aumentare o diminuire la spesa della sanità pubblica, cosa decidereste sapendo che, terminato il vostro breve "servizio civile", tornereste a essere un normale cittadino che usufruisce dei servizi sui quali siete stati chiamati a legiferare? Vi preoccupereste di arricchire qualche speculatore privato, o pensereste a garantire per tutti gli anni a venire un servizio pubblico efficiente e gratuito per voi e la vostra famiglia?

Rifletteteci: se negli ultimi vent'anni fossimo stati noi cittadini, a turno, a prendere le decisioni, sarebbero stati tagliati quei 37 miliardi alla sanità pubblica? O saremmo tra le nazioni in grado di affrontare serenamente l'emergenza sanitaria di questi giorni invitando sì alla prudenza e al buon senso, ma senza dover chiudere in casa un'intera nazione perché NON CI SONO STRUTTURE SANITARIE SUFFICIENTI?
Forse la nostra insistenza sul progetto (utopistico?) di abbandonare questa finta democrazia per provare a realizzarne una VERA potrà sembrarvi una fissazione un po' balorda da accogliere con un sorriso di compatimento, ma i numeri (e i possibili morti per insufficienza di sale di rianimazione) ci costringono oggi a riflettere seriamente. Il fatto è che quelli che vi illudete essere i vostri "rappresentanti" non si occuperanno MAI del vostro/nostro interesse (basta vedere qui, a ennesima conferma, qual è la loro unica preoccupazione), ma solo del loro e di quello dei poteri economici che li sostengono.



martedì 28 gennaio 2020

Ritrovare la speranza


Un numero sempre maggiore di persone decide di non votare più. Se alle elezioni regionali di Emilia e Romagna l'affluenza è stata ancora abbastanza alta (oltre il 60%) perché una volta di più i comunicatori dei due opposti schieramenti, Salvini da una parte e le Sardine-piddine dall'altra, sono riusciti a far credere che fossero in ballo le sorti dell'intero pianeta o quasi, in Calabria ci è fermati a un mesto 44%, in linea con quanto succede ormai da almeno vent'anni: un po' di cifre (e riflessioni) le abbiamo postate qui. Altre potete trovarle qui.) 

Cittadini e cittadine disertano le urne per vari motivi: alcuni non trovano più un organismo politico che ne rappresenti le istanze, altri lo fanno per protesta contro la pessima gestione della cosa pubblica o per sfiducia nell'attuale ruolo della politica e/o nel comportamento dei politici quotidianamente pescati con le mani nel sacco in casi di corruzione e intrallazzi vari.
Quasi l'80% degli astenuti totali in precedenti elezioni ha dichiarato di non potersi o non volersi collocare politicamente (fonte: Ipsos Public Affairs). Secondo un’indagine di Cmr Intesa Sanpaolo per La Stampa, la maggioranza degli elettori italiani (52%) , non si sente vicina ad alcun partito: “A prendere sempre più piede sembra quindi essere il partito dell’astensionismo, o del potenziale astensionismo […] Per il 37,4% i politici non si interessano alla gente comune, per il 27,5% votare è inutile, tanto le cose non cambiano e per il 15,2% i partiti fanno schifo. Accanto a questa distanza che sembra dividere gli elettori dal mondo politico, c’è la concezione che le tradizionali categorie di destra, centro e sinistra non abbiano più significato (questo è vero per il 75% degli intervistati)”.

Nell'insieme, delusione, sconforto, frustrazione, disgusto. E, soprattutto, rassegnazione: chi ha deciso di astenersi per sempre, non si aspetta più niente dalla politica.



E se la Sardine di turno (come prima di loro i Girotondi...), con le loro facce fresche di gioventù sono brave a riportare qualcuno al voto contro il Nemico, anch'esso di turno (prima i Comunisti oppure Berlusconi, ora Salvini e il Ritorno del Fascismo, domani chissà), appena passata l'ubriacatura e verificato una volta di più che i politici, anche nell'Emilia che fu "rossa" ed è ormai tristemente piegata ai diktat europei come il resto del Paese, restano dei meri professionisti in carriera interessati solo a sé stessi e abili unicamente nel candidarsi a nuove poltrone (tanto ci sono ogni mese altre elezioni, e quando i posti sono già tutti occupati basta creare una nuova provincia o dividere in due qualche regione, per farne nascere altri dal nulla), torneranno lo sconforto, il disgusto e la rassegnazione. Inevitabile, quando giornali e televisioni ti informano quotidianamente che non c'è alternativa: o la democrazia parlamentare o la tirannia!
Peccato che sia falso. Oltre a quella che chiamano erroneamente (e sfacciatamente!) democrazia e alla tirannia (che ne è uno dei naturali esiti, ne abbiamo già parlato), esiste una terza possibilità: il passaggio a una reale democrazia senza partiti, parlamento e politici di professione. 


Per sapere come potrebbe funzionare, nella complessa civiltà odierna, una vera Democrazia che metta il potere decisionale davvero in mano al popolo, leggetevi il libro di Van Reybrouck o il nostro. O, per cominciare a farvene una mezza idea, date un'occhiata al resto del blog, e in particolare a questo post. Perché non c'è niente di più triste e distruttivo della rassegnazione. E sperare si può ancora e si deve, per quanto difficile o utopico possa sembrare riuscire a cambiare sistema.
Sapere che un altro modo di far politica esiste, è il primo passo per tornare a sorridere.







Referendum... meglio che niente!

Fra qualche giorno si terranno le votazioni per cinque quesiti referendari. Nel sistema prettamente oligarchico gestito dalle Aristocrazie E...