domenica 19 marzo 2017
lunedì 20 febbraio 2017
Partiti e ideologie, armi dell'oligarchia
Forse la sinistra (come la destra) dovrebbe cominciare a farsi delle domande sulla natura delle ideologie otto-novecentesche e sui partiti che le esprimono. Noi, intanto, nel nostro libro abbiamo già dato le risposte.
Da "Democrazia davvero": Yves Sintomer
ne “Il potere al popolo” afferma che “sin dall’origine i
partiti nascondevano un lato oscuro. Con loro emersero delle
strutture burocratiche centralizzate e autoritarie, degli apparati
capaci di concentrare nelle loro mani il massimo del potere a scapito
della base, in sostanza un qualcosa di completamente diverso rispetto
alla promessa di democratizzazione che sembravano incarnare.”
Da
dove veniva quel “lato oscuro” ce lo spiega Simone
Adolphine Weil in “Appunti sulla
soppressione dei partiti politici”. Weil analizza e disseziona con stupefacente lucidità quell’efficace
(per il sistema oligarchico) strumento che è il partito politico
individuandone due caratteristiche principali: il totalitarismo e la
derivazione religiosa.
In
merito al primo punto, ella spiega come nel pensiero politico
francese del 1789 non rientrasse l’idea di partito, “se non come
quella di un male da evitare”. Finché il club dei giacobini, da
luogo di libera discussione, per la pressione della guerra e della
ghigliottina non si trasformò in un partito totalitario. La
concezione politica alla base di divisioni e lotte tra le varie
fazioni durante il periodo del Terrore è secondo Weil ben
rappresentata nella frase del sindacalista e rivoluzionario russo
Michail
Pavlovič Tomskij:
“Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”.
“Così”,
commenta Weil “sul continente europeo, il totalitarismo è il
peccato originale dei partiti.” E prosegue elencando le tre
caratteristiche essenziali dei partiti:
“1)
un partito politico è una macchina per fabbricare passione
collettiva;
2)
un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da
esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli
esseri umani che ne fanno parte;
3)
il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque
partito politico è la propria crescita, e questo senza alcun limite.
Per
via di questa caratteristica, ogni partito è totalitario in
nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è nei fatti, questo accade solo
perché quelli che lo circondano non lo sono di meno.”
Alla
luce di questa difficilmente confutabile lettura, il fascismo e il
nazismo non ci appaiono più come una degenerazione della politica
“democratica”, ma soltanto come il risultato della capacità di
Benito Mussolini e Adolf Hitler di portare i propri partiti a
prevalere tomskijanamente su quelli che li circondavano. Duce e
führer
non erano due mostri finiti per caso nell’agone politico, ma il
frutto diretto e d’eccellenza della natura dei partiti.
(...)
Arriviamo alla seconda caratteristica
dei partiti politici: la derivazione religiosa.
“Il
meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è
stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta
contro l’eresia”, afferma la filosofa. “Un
convertito che fa il suo ingresso nella chiesa (...) ha visto nel
dogma il vero e il bene. Ma varcando la soglia professa allo stesso
momento di non essere colpito dagli anathema
sit
(“sia anatema!”), ovverossia di accettare in blocco tutti gli
articoli di
stretta fede.
Questi articoli non li ha studiati. Persino a chi fosse dotato di un
alto grado di intelligenza e cultura, una vita intera non basterebbe
a questo studio, dato che implica anche quello delle circostanze
storiche di ogni condanna.
Come
aderire ad affermazioni che non si conoscono? È sufficiente
sottomettersi incondizionatamente all’autorità che le ha emanate.
(…)
Il
movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato,
indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un
insegnamento prestabilito.”
Weil
constata come chi entri in una chiesa, in un partito o in qualsiasi
altra organizzazione identitaria, adotti docilmente quella
disposizione d’animo che ben presto lo porterà a esprimersi con
frasi tipo: “come monarchico, come socialista, penso che…”. È
il meccanismo dell’appartenenza, che non si limita ai soli partiti
e ci fa sembrare
del tutto naturale e ragionevole poter dire: “in quanto
conservatore credo che…”, “come socialista, ritengo che…”,
“come italiano, penso che…”, “come cattolico, posso dire
che…”, o addirittura: “in quanto juventino, sono convinto
che...”. Sentendosi membri di un gruppo del quale si condivide una
verità
dottrinaria,
non dobbiamo più neppure fare lo sforzo di pensare. “È una
posizione così confortevole!” sembra sorridere la studiosa
francese. “Non c’è nulla di più confortevole del non pensare.”
Chi
si avvicina a un partito probabilmente ha riscontrato negli ideali da
quello propagandati valori e scelte che condivide, ma naturalmente
non può conoscere l’esatta posizione del partito in merito a ogni
possibile problema della vita pubblica. Dunque, entrando in
quell’organizzazione, esattamente come il fedele che aderisce a una
chiesa, ne accetta a priori ogni scelta futura. Condividendone
generalmente gli ideali (la propaganda), si affida per il resto
all’autorità del partito, sottomettendosi a essa. E nel percorso
che farà come membro di quel raggruppamento avrà due sole strade:
continuare ad accettare le posizioni del partito senza discutere (e
magari senza neanche esaminarle), oppure contestarle quando le
ritenesse sbagliate. In questo secondo caso cosa può succedere? Che
all’interno dell’organizzazione si creino diverse scuole di
pensiero, quelle che nel linguaggio della politica vengono chiamate
“correnti”. Per un tempo più o meno lungo esse possono
convivere, ma prima o poi finiranno per scontrarsi, di solito in
occasione di un congresso che vedrà uscire una mozione vincente e
una o più mozioni perdenti. I sostenitori di queste ultime possono
abbozzare e attendere una possibile rivincita in occasione di un
successivo congresso o, esattamente come accade in ambito religioso,
scegliere di uscire dal partito creandone un altro che abbia per
ideale e programma quello contenuto nella mozione sconfitta. Si
tratta né più né meno di uno scisma, o scissione, come visto più
volte nella storia del Cristianesimo: l’organizzazione religiosa
che ritiene di essere la
chiesa autentica
allontana, non ritenendoli più in linea con la dottrina ufficiale,
alcuni dei suoi membri o viene da essi abbandonata per formare una
nuova chiesa basata su una diversa interpretazione delle Scritture.
Il fenomeno si è ripetuto più volte nel
corso della storia. A causa di eresie e scismi le congregazioni
religiose si dividono in diverse confessioni,
ognuna delle quali reclama per sé lo status
di vera e unica Chiesa. Non diversamente fanno i partiti, ognuno dei
quali viene motivatamente ritenuto da Weil “una
piccola chiesa profana armata della minaccia della scomunica.” (...)
Sulla
natura religiosa delle ideologie politiche ironizza, da par suo,
Bertrand Russell. Secondo il filosofo “lo
schema ebraico della storia passata e futura è tale da costituire un
potente appello agli oppressi e agli infelici di ogni tempo.
Sant’Agostino adattò questo modello al Cristianesimo; Marx al
Socialismo. Per capire Marx dal punto di vista psicologico si può
usare il seguente dizionario:
Jahveh
= Il materialismo dialettico.
Il
Messia = Marx.
Gli
eletti = Il proletariato.
La
Chiesa = Il Partito Comunista.
La
Seconda Venuta = La Rivoluzione.
L’Inferno
= La punizione dei capitalisti.
Il
Millennio = La Società comunista.
I
termini a sinistra del segno d’uguaglianza danno il contenuto
emotivo, familiare a coloro che hanno avuto un’educazione cristiana
o ebraica, che rende credibile l’escatologia di Marx. Un dizionario
analogo poteva esser fatto per i nazi, ma le loro concezioni sono più
schiettamente da Vecchio Testamento e meno cristiane di quelle di
Marx, e il loro Messia somiglia più ai Maccabei che a Cristo.”
È
ancora Weil a riflettere su come
tra l’attaccamento a un partito e l’attaccamento a una chiesa o
all’attitudine antireligiosa non vi sia grande differenza. “Si è
pro o contro la fede in Dio, pro o contro il cristianesimo, e così
via. Quasi dappertutto (...) l’operazione di prendere partito, di
prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione
del pensiero. Si
tratta di una lebbra che (...) si è espansa, attraverso tutto il
paese, alla quasi totalità del pensiero.” E aggiunge che per
rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, occorre provvedere
alla
“soppressione dei partiti politici. (…) Si
ammette che lo spirito di partito acceca, rende sordi alla giustizia,
spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro
gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli
organismi che fabbricano un tale spirito.”
La
filosofa francese osserva come, in conseguenza dell’esistenza dei
partiti, in qualsiasi paese diventi impossibile occuparsi degli
affari pubblici senza aderire a un partito e accettarne il gioco. A
chiunque sia interessato al bene pubblico non restano che due
opzioni: rinunciare in partenza o passare “dal
laminatoio dei partiti. (…) In questo caso sarà preso da
preoccupazioni che escludono quella per il bene pubblico. (…) Ne
risulta che - eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze
fortuite - vengono decise e intraprese soltanto misure contrarie al
bene pubblico, alla giustizia e alla verità.”
Dopo
aver constatato quanto l’influenza dei partiti abbia contaminato
l’intera vita mentale della nostra epoca, Weil conclude che “è evidente, dopo un attento esame, che
qualunque soluzione implicherebbe innanzitutto la soppressione dei
partiti politici. (…) Il fatto che esistano non è in alcun modo un
motivo per conservarli”, visto che costituiscono “un
male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di
vista pratico lo sono i loro effetti. La
soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro.
È perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a
livello pratico, che effetti positivi.”
Per
consentire a cittadini e cittadine, una volta eliminati i partiti, di
poter gestire finalmente in prima persona la cosa pubblica “è
necessario un meccanismo adatto”, chiosa la studiosa francese. “Se
la democrazia costituisce tale meccanismo, è buona. Altrimenti no.”
venerdì 27 gennaio 2017
La politica della calcolatrice
Nuovo capitolo dell'eterno romanzo della legge elettorale italiana.
Su "Democrazia davvero" scrivevamo:
Negli
anni Novanta, dopo una serie di inchieste giudiziarie nei confronti
di esponenti della politica, dell’economia e delle istituzioni
italiane che portarono alla luce un sistema di corruzione,
concussione e finanziamenti illeciti ai partiti che investiva i
vertici del mondo politico e finanziario, divenne sentire comune
della maggioranza degli italiani la convinzione che una delle cause
di quella degenerazione fosse la legge elettorale esistente, di tipo
proporzionale, che innescava fenomeni negativi come clientelismo e
voto di scambio. Fu presentata una serie di referendum per cercare di
far approdare l’Italia a un sistema elettorale di tipo
anglosassone, maggioritario, uninominale e a un turno. Il 18 aprile
del 1993 andò a votare il 77% dei cittadini, e il “Sì” si
impose con l’82,7% delle schede valide
portando all’abrogazione della legge elettorale del Senato. Insieme
al risultato ottenuto nel 1991 con il voto per la preferenza unica,
quella vittoria rappresentava una bocciatura senza appello del
principio proporzionale a favore di quello maggioritario.
Nel paese del
“fatta la legge trovato l’inganno” e del cerchiobottismo
imperante, il 4 agosto dello stesso anno il parlamento approvava le
leggi n. 276 e 277 che introducevano un sistema elettorale misto
composto da: un maggioritario a turno unico per la ripartizione del
75%
dei seggi parlamentari, e dal recupero proporzionale dei più votati
non eletti per il Senato attraverso un meccanismo di calcolo chiamato
“scorporo” relativamente al rimanente 25% dei seggi assegnati; un
proporzionale con liste bloccate per il rimanente 25% dei seggi
assegnati alla Camera; uno sbarramento del 4% alla Camera.
Questo
cervellotico sistema che riuniva tre diverse modalità di
ripartizione dei seggi (quota maggioritaria di Camera e Senato,
recupero proporzionale al Senato, quota proporzionale alla Camera) si
guadagnò il nome di “Minotauro”, e la legge che lo istituiva fu
battezzata dal politologo Giovanni Sartori “Mattarellum”, dal
nome del relatore Sergio Mattarella. Marco Pannella, leader del
Partito Radicale che insieme al comitato di Mario Segni era stato il
principale promotore del referendum abrogativo, parlò di
“tradimento” del risultato referendario, giacché con “il
mantenimento del 25% di quota proporzionale, il meccanismo dello
scorporo che obbliga ciascun candidato dei collegi uninominali a
collegarsi con liste di partito, i contrassegni partitici che
riempiono le schede elettorali e gli elettori spinti a votare più
per i simboli che per le persone” la legge vanificava lo scopo del
referendum.
Il “Mattarellum” rimase
comunque in vigore fino al 2005, regolando le elezioni politiche
italiane del ’94, del ’96 e del 2001. Senza incidere naturalmente
in alcun modo sulla corruzione dilagante e lo strapotere delle
segreterie (quando non direttamente dei “Capi”) dei partiti, che
continuarono a operare prima di tutto nell’interesse di quella che
il giornalista Gian Antonio Stella nel suo fortunato libro-inchiesta
del 2007 battezzò “la Casta”.
Nel
dicembre del 2005 si è rimesso mano alla legge elettorale per
volontà di Silvio Berlusconi che in ottobre aveva minacciato “la
crisi di governo nel caso in cui non venisse approvata la riforma
elettorale proporzionale". A pochi mesi dalle elezioni politiche
la legge viene approvata con i voti della maggioranza (Forza Italia,
Alleanza Nazionale, Lega Nord e Unione dei Cristiani Democratici e di
Centro). Lo stesso relatore Calderoli la definì qualche anno dopo
“una porcata”, fornendo l’esca a Sartori per ribattezzarla
“Porcellum”.
Il nuovo sistema elettorale ha
modificato il precedente meccanismo misto in favore di un sistema
proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza e
elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi,
senza possibilità di indicare preferenze. Con questa legge si
tengono le elezioni del 2006, 2008 e 2013, finché, il 15 gennaio
2014, la Corte Costituzionale non dichiara l’illegittimità di
alcune norme e costringe il parlamento a riprendere in mano la patata
bollente.
Il 4 maggio
dell’anno successivo viene approvata una nuova legge elettorale
soprannominata “Italicum” che varrà solo per la Camera dei
Deputati e non entrerà in vigore fino al 1º luglio del 2016. E
la farsa continua...
Dei
meccanismi “escludenti” delle varie leggi elettorali degli ultimi
anni fa parte quello, particolarmente insidioso, del “voto utile”.
In vario modo si spinge
l’elettore a “non sprecare” il suo voto dandolo a partiti che,
sulla carta, hanno poche possibilità di arrivare a contare nell’arco
parlamentare. Il messaggio che passa, con grande forza, è che i voti
“sprecati” andrebbero tutti a vantaggio dell’avversario. In un
contesto in cui le forze politiche significative sono quelle che
convergono al centro, la cui conquista è l’obiettivo dichiarato
delle organizzazioni più importanti, gli eletti finiscono
inevitabilmente per essere a grandissima maggioranza quelli
appartenenti all’area moderata. Se a questo aggiungiamo il problema
del costo delle campagne elettorali, l’identikit
del politico di successo è presto disegnato: appartenente al ceto
medio-alto e in carriera nei partiti maggiori.
Ora, dall'esame della Consulta è uscita una nuova legge elettorale che, salvo cambiamenti dell'ultim'ora in Parlamento, prevede questo. Con questo risultato, secondo Lucia Annunziata.
Già immaginiamo i professionisti della politica con la calcolatrice in mano, intenti a sommare le percentuali attribuite dai sondaggi ai vari partiti per studiare le alleanze utili - per le organizzazioni maggiori - a raggiungere il 40% che assegna la maggioranza dei seggi, e - per i partitini residuali - superare la soglia di sbarramento. Squallide operazioni di persone interessate solo alla propria carriera anche se si pretendono "selezionate" per servire gli interessi della comunità.
Sorpresina: nella nuova legge varata dalla Consulta si affaccia anche lo strumento del sorteggio. Motivo per gioire? Naturalmente no. Anche qualche secolo fa a Venezia, per l'elezione del Doge, si ricorreva al sorteggio ma nel contesto di una complicatissima procedura (esaminata dettagliatamente nel nostro saggio) la cui natura era di fatto quanto di più monarchico-aristocratico si potesse immaginare. Non è diverso adesso: un elemento, in sé, di democrazia non cambia la sostanza di un sistema oligarchico come quello rappresentativo basato su partiti ed elezioni.
La nostra battaglia per far approdare il Paese a una reale democrazia va dunque avanti, nel totale disinteresse verso queste beghe di cortile che riguardano solo i professionisti della politica, quelli di cui auspichiamo un precoce pensionamento. Definitivo.
lunedì 16 gennaio 2017
Il potere della "Macchina"
Dalla Quinta Parte di "Democrazia davvero":
COME È CAMBIATO IL MONDO, COME SIAMO CAMBIATI NOI
Il “luogo” dell’oligarchia
travestita da democrazia è l’Occidente. Non inteso
geograficamente, ma come “categoria dello spirito”. E
dell’economia.
Serge
Latouche, professore
emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi XI e
all’Istituto di Studi sullo Sviluppo Economico e Sociale
della
capitale francese, nel suo
saggio “L’occidentalizzazione del mondo” ci conferma che
l’Occidente “non è più l’Europa, né geografica, né storica;
non è più nemmeno un complesso di credenze condivise da un gruppo
umano che vaga per il pianeta; proponiamo di leggerlo come una
macchina
impersonale, senza anima e ormai senza padrone, che ha messo
l’umanità al proprio servizio. (...) Il movimento di
occidentalizzazione ha una forza terrificante. Abolisce persino le
differenze di genere. Se emancipa dai legami della tradizione, la
ragione sulla quale pretende di fondarsi ha di che dare le vertigini.
La sua dismisura compromette la sopravvivenza dell’uomo e del
pianeta”. (...)
La
marcia apparentemente inarrestabile del Sistema occidentalizzante ha
trasformato uomini e donne da cittadini in consumatori, epperò non è
ancora riuscita a deculturizzarli del tutto: valori legati alla
tradizione e al territorio, legami affettivi e familiari che trovano
fondamento nella storia e non nel brutale funzionamento della
Macchina ancora esistono e resistono. “La
deculturazione non è totale”, scrive Latouche. “Certo, il
consumo tende a sostituirsi a qualsiasi altra identificazione
culturale”.
Un
fenomeno che viene da lontano. Dall’analisi
dell’America del suo tempo ("La democrazia in America", 1835-40), il filosofo, politico, giurista e sociologo Alexis de Tocqueville trasse
un’agghiacciante ed esatta previsione del mondo futuro: “Se cerco
di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di
esseri simili e uguali che volteggiano su sé stessi per procurarsi
piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di
sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare,
che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di
vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico,
previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se
avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità.
Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.
Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne
l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai
loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le
industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe
forse loro anche la forza di vivere e di pensare?”
martedì 10 gennaio 2017
Di carta e digitale
Ci abbiamo messo un po', ma finalmente il nostro "Democrazia davvero" è pienamente disponibile. Già dalla primavera scorsa se ne poteva acquistare la versione eBook su Amazon e su tutte le principali "librerie" online. Da oggi è in vendita, sempre su Amazon, anche la versione cartacea pubblicata da EdiTasca... che costa inevitabilmente qualche euro in più: 12 euro, oltre alle spese di spedizione, a fronte dei soli 5 euro e 99 del digitale.
Da oggi iniziamo anche a organizzare presentazioni dovunque ci sarà possibile. Ve ne daremo puntualmente notizia sulla nostra pagina Facebook.
Siamo felici di iniziare l'anno con questa buona notizia che ci permette di raggiungere i potenziali lettori in ogni angolo della penisola... e oltre.
La situazione politica, in Italia come nel resto d'Europa e del mondo occidentalizzato, si sta incartando sempre più nei problemi creati da un sistema di governo che si spaccia per democratico ma è di fatto oligarchico, come ormai ammettono sfacciatamente anche personaggi di rilievo del dibattito istituzionale. Lo fa qui il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, che pochi giorni dopo sempre sul suo giornale ribadisce così il concetto: "Io penso che la democrazia, di fatto, sia guidata da pochi e quindi, di fatto, altro non sia che un’oligarchia. È sempre stato così, nella civiltà antica, medievale, moderna. L’alternativa è la dittatura. Oligarchia democratica o dittatura: questo è stato, è e sarà il sistema politico dell’Occidente."
Il buon Scalfari, per carenza di letture (o perché al proprietario del suo giornale fa comodo l'attuale stato di cose), non prende neppure in considerazione l'ipotesi del passaggio dall'attuale "oligarchia democratica" a una effettiva democrazia-democrazia. Cercheremo noi, insieme a tutti quelli che vorranno accompagnarci in questo cammino, di far circolare l'idea che questa possibilità oggi esiste concretamente.
Il buon Scalfari, per carenza di letture (o perché al proprietario del suo giornale fa comodo l'attuale stato di cose), non prende neppure in considerazione l'ipotesi del passaggio dall'attuale "oligarchia democratica" a una effettiva democrazia-democrazia. Cercheremo noi, insieme a tutti quelli che vorranno accompagnarci in questo cammino, di far circolare l'idea che questa possibilità oggi esiste concretamente.
Quando la sinistra scopre la democrazia

Il numero in edicola di Left, settimanale di Sinistra, dedica la copertina agli strumenti di democrazia partecipativa: "Referendum, autogoverno, sorteggio, giurie di cittadini".
Per chi, come noi, si occupa da qualche anno dell'argomento si tratta di un approccio tiepido. Non la pensano allo stesso modo molti lettori del giornale che sono insorti in rete contro il servizio. C'è chi scrive "Vi allineate ai valori grillini senza neppure esserne consapevoli!", chi decide di non comprare più Left: "Ho comprato la rivista con entusiasmo fin dal primo numero. Temo di essermi sbagliata su di voi. So di esperienze dal basso (vedi Sandro Medici a Roma), ma nel sociale. Le giurie di cittadini cosa sarebbero? Comitati di salute pubblica? Non so se siate più visionari o più inconsistenti. Le nostre strade si separano". Chi considera obsoleto e pericoloso l'argomento: "Forse non ci si è resi conto che quei temi degli anni duemila hanno aperto la strada da sinistra al populismo. La maggior parte di chi trattava questi argomenti, guarda caso, oggi sta con Grillo o gli strizza l'occhio o comunque non gli si oppone". Qualcuno è invece di dottrina scalfariana e argomenta: "Posso pensare che siate così incolti da definire democrazia quella diretta? La democrazia moderna può essere solo rappresentativa. Tutto il resto è fuffa volgare e fascismo."
Gli stessi argomenti venivano sostenuti più di duecento anni fa per far instaurare nelle repubbliche nate dalle rivoluzioni americana e francese il sistema rappresentativo elettivo, che faceva comodo alla borghesia e ai notabili usciti vincenti da quelle rivoluzioni.
Citiamo dal nostro "Democrazia davvero":
Sappiamo che dalle Rivoluzioni
americana e francese (per la seconda, dopo un “passaggio”
imperiale) erano scaturite delle repubbliche costituzionali. Questi
nuovi stati, che avevano fatto fuori i cascami feudali di monarchie e
aristocrazie, si erano però guardati bene dall’intestarsi
l’appellativo di “democrazia”, termine all’epoca decisamente
poco apprezzato. John Adams, che oltre ad aver combattuto fieramente
per l’indipendenza degli Stati Uniti ne sarebbe stato anche il
secondo presidente, sembrava non amarla molto: “Considerate che una
democrazia non dura mai a lungo. Essa non tarda ad appassire,
s’esaurisce e causa la sua propria morte. Non c’è ancora mai
stata una democrazia che non si sia suicidata.” E sosteneva di
conseguenza la necessità di “delegare il potere dei molti a un
numero ristretto dei migliori e più saggi.”
Non la pensava diversamente James
Madison, che del neonato stato repubblicano fu il quarto presidente.
Quando si trattò di adeguare gli Articoli della Confederazione del
1777 alla nuova repubblica, nei “Fogli Federalisti” del 1788
scriveva infatti: “Lo scopo di ogni Costituzione politica è, o
dovrebbe essere, di ottenere innanzitutto per capi degli uomini che
posseggano la maggiore saggezza per discernere il bene comune della
società, e la maggior virtù per perseguire la realizzazione di
questo bene. (…) Il metodo elettivo di designazione di questi capi
è il principio caratteristico del regime repubblicano.”
Gli faceva eco il padre
dell’indipendenza americana e terzo presidente degli Stati Uniti
Thomas Jefferson, sostenendo che esisteva una specie di “aristocrazia
naturale fondata sul talento e la virtù”.
Anche tra i rivoluzionari francesi
la democrazia non doveva essere molto apprezzata, se un membro della
prima Assemblea nazionale come Antoine Barnave arrivava a definirla
“il più odioso, il più sovversivo e, per il popolo stesso, il più
nocivo dei sistemi politici.”
Tutto quello che di democratico
poteva essere stato concepito e sperimentato nelle prime forme di
governo rivoluzionario, fu rapidamente “normalizzato”. Se infatti
nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789
si poteva leggere che “La legge è l’espressione della volontà
generale. Tutti i cittadini hanno il diritto di contribuirvi, sia
personalmente che per mezzo di loro rappresentanti”, la successiva
Costituzione del 1791 recitava invece: “La Nazione, dalla quale
promana ogni potere, non può esercitarlo che per delega. La
Costituzione francese è rappresentativa.”
Lo stesso
Emmanuel Joseph Sieyès, abate e politico, che pure aveva pronunciato
l’invettiva “Che
cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cos’è stato finora
nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa desidera? Diventare
qualcosa”, fece ben presto retromarcia arrivando a scrivere: “La
Francia non è e non deve essere una democrazia. (…) Il popolo, lo
ripeto, in un paese che non è una democrazia (e la Francia non
saprebbe esserlo), il popolo non può parlare, non può agire che per
mezzo dei suoi rappresentanti”.
Come si vede,
una volta ottenute le leve del potere strappate a monarchi e
aristocratici, uomini d’affari e notabili guardavano con grande
sospetto e preoccupazione a tutti gli elementi e metodologie di
governo che potessero allargare la gestione di quel potere alla parte
più miserabile (e numerosa) del Terzo Stato. Le assemblee di
cittadini, l’estrazione a sorte dei rappresentanti, la
temporaneità, la rotazione e la non ripetibilità degli incarichi,
caratteristiche della democrazia ateniese, non dovevano neppure
essere prese in considerazione. Nei
primi anni della rivoluzione francese, numerosi legislatori si erano
preoccupati di impedire la formazione di una classe di “esperti di
affari pubblici”. Anche se l’abate
Sieyès non era stato ascoltato quando, per ridurre la possibilità
di imbrogli, aveva ipotizzato la possibilità di usare il sorteggio a
partire da liste di cittadini al posto delle assemblee primarie
incaricate di nominare gli elettori
(quelli
che oggi chiamiamo i “grandi elettori”),
erano però state proposte almeno clausole di non-rielezione per le
più importanti cariche amministrative, e suggerite modalità di
rotazione degli incarichi che consentissero al maggior numero
possibile di cittadini di familiarizzare con la gestione della cosa
pubblica. Si
pensava evidentemente, come Alexis
de Tocqueville qualche anno più tardi, che
“partecipando
alla legislazione, s’impara a conoscere le leggi; governando, ci
s’istruisce sulle forme del governo. La grande opera della società
si compie ogni giorno sotto i nostri occhi e, per così dire, nelle
nostre mani”. Ma i “nuovi padroni” la vedevano in tutt’altro
modo.
Così, fu fatta cadere nel vuoto la critica al carattere
aristocratico delle elezioni sollevata da François Agnès
Montgilbert, membro
della Convenzione nazionale dal 1792 al 1795,
secondo
il quale “non ci dovrebbe essere ragione alcuna di scegliere come
pubblico funzionario un cittadino piuttosto che un altro”, giacché
le preferenze attribuite alla virtù e al talento non sono altro che
“dei privilegi dai quali derivano sempre pericolosi accostamenti, e
che avvezzano il popolo a credere che un uomo valga più di un
altro”. Né ebbero miglior fortuna alcuni sanculotti che avevano
cercato di ottenere, se non qualche forma di democrazia diretta,
almeno la costituzione di organi di controllo dell’operato degli
amministratori, una specie di “quarto potere” gestito dal popolo.
Consapevoli
della posta in palio, i nuovi detentori del potere non cedettero di
un passo:
sia l’esperimento della clausola che impediva la rielezione, sia il
principio della rotazione furono prontamente neutralizzati dalla
pervicacia degli interessati che, non potendo ricandidarsi alla
stessa carica, si presentavano per un’altra col risultato di
circoscrivere comunque a un ristretto numero di persone la gestione
dello Stato. In ogni caso, anche durante il
periodo rivoluzionario le elezioni si erano svolte sulla base del
censo ed erano state perciò riservate a una limitata cerchia
d’individui, i cittadini cosiddetti “attivi”, mentre ne erano
esclusi i meno abbienti e quelli che, come i domestici, si trovavano
in condizione di dipendenza; il sistema elettorale a due livelli,
poi, vanificava anche questa limitata “apertura”. A livello
cantonale infatti non si potevano votare direttamente i
rappresentanti dell’Assemblea Nazionale, ma solo gli elettori
che in sede dipartimentale avrebbero successivamente scelto i
deputati. È chiaro come le limitazioni di censo si facessero sentire
nell’uno e nell’altro àmbito.
Il sistema di governo
rappresentativo-elettivo scelto nelle neonate repubbliche rispondeva
in modo perfetto alle esigenze della trionfante borghesia
affaristica. Beffardamente, permetteva di controllare il popolo nel
momento in cui ne proclamava la sovranità.
I
nuovi governanti avevano buone carte per suscitare timore verso i
possibili pericoli di una “anarchia democratica”. Alla
nascita delle nuove repubbliche la
società era divisa tra estremamente ricchi e potenti e una gran
massa di poveri che trascorrevano il loro tempo nelle campagne o
nelle fabbriche a guadagnarsi da
vivere. Anche in America, dove le differenze sociali non erano così
marcate e chiunque poteva andare a cercare fortuna a ovest,
conquistandosi un pezzo di terra da coltivare magari strappandolo ai
nativi americani, gli “indiani”, o cacciando castori per
rivenderne le pellicce, o partecipando alle varie “corse all’oro”,
le masse erano comunque tenute in una sostanziale ignoranza.
L’educazione era riservata solo ai ricchi e i giornali erano troppo
costosi e con circolazione limitata per formare un’opinione
pubblica.
Su questo rifletteva James Madison: “Nulla
potrebbe essere più irragionevole che dare potere al popolo,
privandolo tuttavia dell’informazione senza la quale si commettono
gli abusi di potere. Un popolo che vuole governarsi da sé deve
armarsi del potere che procura l’informazione. Un governo popolare,
quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per
acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a
una tragedia, e forse a entrambe.”
Nessuno, però, si preoccupò
particolarmente di dare a quelle masse incolte gli strumenti per
uscire dalla loro condizione, se questo era il problema.
Anche
lo storico e politico Benjamin Constant riteneva che nelle vaste
nazioni moderne fossero improponibili le forme di democrazia diretta
praticate nel ristretto di una città-stato in Antica Grecia. Da
liberale, ne “La libertà degli antichi paragonata a quella dei
moderni” descrive
la Libertà come “il diritto di non essere sottoposto che alle
leggi, di non poter essere né arrestato, né tenuto in carcere, né
condannato a morte, né maltrattato in alcun altro modo, a causa
della volontà arbitraria di uno o più individui, (...) di esprimere
la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo;
di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne, di andare e
di venire senza chiedere permessi, e senza rendere conto delle sue
intenzioni e dei suoi passi. È, per ognuno, il diritto di unirsi con
altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per
professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia
semplicemente per occupare il proprio tempo nel modo più conforme
alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per
ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del
governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei
funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande, che l’autorità
è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione.” Una
libertà che consente ai cittadini di non doversi far carico
direttamente delle funzioni di governo, le quali devono essere
affidate ad altri: “Chiedere
ai popoli di oggi di sacrificare come facevano quelli di una volta la
totalità della libertà individuale alla libertà politica è il
mezzo più sicuro per staccarli dalla prima, per poi, raggiunto
questo risultato, privarli anche dell’altra”. Pur considerando
l’istituto della rappresentanza e lo strumento delle elezioni come
un inevitabile portato della modernità, Constant riconosceva
candidamente che in questo modo:
“la sovranità è rappresentata, e questo significa che l’individuo
è sovrano solo in apparenza; e se a scadenze fisse, ma rare, (...)
esercita questa sovranità, è solo per abdicarvi”.
Gli
facevano eco Tocqueville (“In
un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla
dipendenza, per designare i loro padroni, e poi vi rientrano.”) e
Jean-Jacques
Rousseau (“Il popolo inglese pensa di essere libero, ma si sbaglia
ampiamente, non lo è che durante l’elezione dei membri del
Parlamento; appena sono eletti, lui torna schiavo, non è niente.”).
Pur consapevoli delle difficoltà, noi comunque ci proveremo.

sabato 26 novembre 2016
Castro e la democrazia
Se n'è andato oggi, all'età di 90 anni, Fidel Alejandro Castro Ruz.
Ci asterremo da qualsiasi giudizio sulla sua persona. Riportiamo invece alcune pagine dal nostro libro che, nella seconda parte "La democrazia che fu", ripercorre la Storia alla ricerca di esempi di compiuta o mancata democrazia, partendo dall'Antica Grecia dove nacque questo metodo di governo e passando attraverso Antica Roma, Comuni italiani, Corona d'Aragona, rivoluzioni americana e francese ed esperienze socialiste e comuniste. Nel capitolo dedicato a Cuba si legge:
Sul fronte del metodo di governo, per la
Costituzione, varata nel 1976 e revisionata nel ’92, Cuba è uno
stato socialista nel quale tutti i poteri appartengono alla classe
lavoratrice e che
prevede l’esistenza di un unico partito legale, il Partido
Comunista de Cuba.
Al
vertice delle istituzioni statali c’è l’Assemblea Nazionale
(Asemblea
Nacional del Poder Popular)
composta da 601 membri eletti
con mandato quinquennale direttamente da tutti i cittadini che
abbiano compiuto 16 anni. Il
suffragio universale, diretto, libero e segreto, è stato istituito
con la
“Ley 72” del 1992.
Secondo questa legge, peraltro, i candidati non vengono proposti dal
partito, ma la selezione avviene per metà nelle assemblee generali
di quartiere e per l’altra metà nei vari comitati di lavoratori,
donne e studenti. Risultano eletti soltanto i candidati capaci di
raccogliere l’approvazione di almeno il 50% dei votanti.
Va
aggiunto che nel sistema cubano i deputati nazionali non sono
professionisti e pertanto svolgono le loro funzioni a titolo
completamente gratuito. Sulla
scheda elettorale è presente una casella dedicata all’espressione
del cosiddetto voto
unido.
Apponendo un segno su questa, si vota automaticamente per tutti i
candidati in lista. Se per il governo Cubano questa opzione serve a
rafforzare l’unità del Paese e la sua immagine internazionale,
visto che la scelta degli elettori è comunque del tutto libera e
garantita dalla segretezza del voto, per gli oppositori falsa la
competizione elettorale in virtù del fatto che quella a favore del
voto
unido
è l’unica propaganda elettorale ammessa e sostenuta da una
massiccia sovraesposizione mediatica. Chiunque abbia ragione, i
risultati sono decisamente plebiscitari: alle elezioni dell’11
gennaio 1998 si recarono alle urne 7.931.229 cubani per eleggere 601
Deputati al Parlamento e 1.192 Delegati alle 14 Assemblee
Provinciali. Anche se il voto non è obbligatorio, depose la scheda
nell’urna il 98,35% degli aventi diritto al voto. Il 94,39% dei
votanti optò per il “voto unito”.
L’Assemblea
così formata elegge fra i suoi membri un Consiglio di Stato, il cui
presidente è anche capo del governo e dello Stato; a lui compete il
potere legislativo e l’incarico di proporre all’Assemblea i
nominativi per il Consiglio dei Ministri da lui presieduto; il
Consiglio dei Ministri è l’unico organo esecutivo e amministrativo
del Paese. Presidente e vice presidente restano in carica 5 anni e
sono ricandidabili senza limiti. Dal
1959, anno della rivoluzione, fino al 2006 il paese è stato guidato
ininterrottamente da Fidel Castro Ruz che ha rivestito anche le
cariche di comandante delle forze armate e di segretario generale del
Partito comunista configurando così, in modo “democratico”, una
dittatura personalista di fatto.
Come
negli altri paesi a regime comunista, anche a Cuba i tentativi di
“democratizzazione” sono consistiti solo nella concessione di
meccanismi elettorali, come se “democrazia” ed “elezioni”
fossero sinonimi. E, in ogni caso, anche laddove esistono spazi di
libertà d’azione per i singoli rappresentanti, associazioni o
semplici cittadini, l’articolo
62 della Costituzione provvede a limitarli affermando che questi non
possono essere esercitati in contrasto con lo Stato socialista e con
la volontà popolare di edificare il comunismo. Insomma, anche se
talvolta viene permesso di dipingere liberamente, sono il Partito e
il Lider
maximo
a stabilire le misure della tela e la tipologia della cornice. Come,
a ideologie rovesciate, succede tutto sommato nei paesi capitalisti o
teocratici.
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